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Anche per le piccole imprese oggi la sfida è l'innovazione
di Enrico Cisnetto
C'è bisogno di una rivoluzione culturale. E non stiamo parlando della Cina di Mao, che è solo un lontano ricordo, ma delle nostre imprese (grandi, medie e piccole), il cui futuro - mai come oggi - è legato alle sfide della competitività sul mercato globale. Sfide che si possono vincere soltanto con la "total innovation". Visto che il declino del Paese è ormai una realtà, l'obiettivo minimo da raggiungere, semmai, è quello di renderne più breve possibile la durata, evitando che si trasformi in decadenza.
In questo scenario, la classe dirigente (politici e imprenditori) deve capire che il treno della ricerca - che comprende sperimentazioni, creazioni di brevetti e nuovi prodotti - è in buona misura perso. E adesso cercare d'inseguirlo a tutti i costi è inutile, anche perchè gli eventuali risultati si avrebbero solo nel lungo periodo. Nell'innovazione, invece, legata all'applicazione in qualunque settore industriale delle tecnologie più avanzate (nuovo hardware e software per modificare processi produttivi e organizzazione del lavoro), vanno fatti investimenti ingenti, e subito. L'innovazione, di processo e di prodotto, va intrapresa proprio da quelle stesse imprese che spesso hanno utilizzato l'argomento della limitatezza delle risorse pubbliche per R&I (intorno all'1,07% del pil, contro una media Ue dell'1,96%) come scusa per il proprio immobilismo. E' ora di svegliarsi. E bene ha fatto il vicepresidente di Confindustria, Pasquale Pistorio, con la credibilità che deriva dalla sua storia manageriale, a richiamare gli imprenditori ad un maggiore senso di consapevolezza e responsabilità. Il modello da perseguire è quello di una maggiore integrazione tanto, all'interno dell'azienda, tra le varie fasi del processo produttivo (logistica, produzione, ricerca, marketing, formazione), quanto all'esterno, con i propri partner, clienti, banche e pubblica amministrazione. Però, deve essere altrettanto chiaro che le aziende non si potranno limitare a "comprare" tecnologia, come ci è venuto a proporre Bill Gates. Certo, già questo sarebbe un bel passo avanti - secondo un'indagine Microsoft in Italia 1,6 milioni di piccole imprese non hanno una sufficiente dotazione informatica - ma l'innovazione fine a se stessa non basta. I piccoli e medi imprenditori italiani tendono a selezionare l'acquisto di tecnologia in base alla redditività immediata che riescono a ricavarne, tanto che l'Italia ha storicamente un rapporto elevato tra macchinari e lavoratori. Ma questo appartiene al passato: investimenti in ict, delocalizzazione e internazionalizzazione sono sfide che non si possono più eludere.
Sento già muovervi la solita obiezione: lo Stato taglia costantemente i fondi per la ricerca e lascia le imprese da sole. Vero se parliamo di ricerca, ma l'innovazione appartiene molto di più alla sfera decisionale dei privati. Intendiamoci, sacrosanto che i processi virtuosi vadano favoriti (e una volta innescati, alimentati) da politiche economiche e industriali lungimiranti, purtroppo tuttora assenti come il "balletto ignobile" sull'Irap dimostra. Ma la convinzione "la mia azienda funziona, il Paese no" non paga più, ed è ora che gli imprenditori facciano un proficuo esame di coscienza. Nel loro interesse, prima di tutto.
(30/11/04)

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