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Cambiare, e subito la contrattazione di Alvise Gastone Bragadin
Con l'incontro, più volte rimandato, dei segretari di Cgil, Cisl e Uil che si sono incontrati a Roma nel tentativo di trovare un accordo sui cambiamenti da apportare agli attuali assetti contrattuali previsti dall'accordo del 1993, si riaccende la speranza di una riforma delle relazioni industriali. Verranno formate due commissioni presiedute dai tre segretari generali che avranno il compito di trovare un'intesa unitaria da presentare a Confindustria per aprire il confronto.
L'argomento da trattare è tanto delicato quanto urgente e ci auguriamo tutti che una soluzione utile ed efficace giunga al più presto, anche perché dal 1993 ad oggi l'economia è cambiata notevolmente e, se l'industria Italiana vuole restare (tornare) competitiva, è necessario far sì che abbia a disposizione tutti gli strumenti più idonei per riuscire a farlo: tra i quali un sistema di contrattazione moderno, efficiente e in grado di rispondere con immediatezza ed efficacia alle esigenze aziendali.
Non possiamo certo sapere quale sarà il documento che verrà presentato a Confindustria, e neanche quale sarà il testo definitivo che riformerà l'attuale assetto contrattuale, ma possiamo augurarci che ponga fine alla molteplicità di contratti nazionali di settore, razionalizzando l'intero sistema sulla base dell'unico obiettivo che tale riforma dovrebbe porsi: creare uno strumento che si adatti alle aziende (direzione e dipendenti) permettendo loro di sfruttare al meglio le proprie risorse.
Oggi, ogni settore produttivo ha un suo contratto di categoria nella logica di dare regole uguali ad aziende che hanno attività produttive dello stesso tipo; osservandone l'applicazione concreta si nota innanzitutto come ogni realtà aziendale "sopporti" gli oneri derivanti dal contratto sulla base delle risorse che derivano dalla sua specifica attività (e non dal settore), che spesso è profondamente diversa da quella di altre realtà che applicano il medesimo contratto nazionale; in secondo luogo, come gli istituti principali siano (ovviamente) presenti in tutti contratti. Non si può immaginare un contratto nazionale che non regolamenti, per esempio, la malattia dei dipendenti, le ferie e i provvedimenti disciplinari.
Quindi ci si potrebbe chiedere se oggi abbia ancora valore la logica della contrattazione nazionale di settore che pone, tra l'altro, i dipendenti delle aziende in situazioni di ingiustificata iniquità; per quale motivo due dipendenti operai di aziende di pari dimensioni e importanza, situate una a fianco dell'altra, devono avere trattamenti di malattia diversi, con particolare riferimento al periodo di conservazione del posto di lavoro? Se il valore da tutelare è la salute del lavoratore dandogli la possibilità di curarsi e non perdere il posto, perché un lavoratore metalmeccanico deve essere tutelato in modo diverso rispetto al collega operaio nel settore alimentare?
Da queste riflessioni si può giungere a una conclusione: dato che i principali istituti dei contratti di lavoro sono presenti in tutti i CCNL e prescindono dal settore di appartenenza, sarebbe sicuramente opportuno regolamentarli in un contratto unico per l'industria privata, creando una disciplina equa e uniforme. Stabilito un impianto contrattuale unico che crei l'intelaiatura di diritti e doveri del rapporto di lavoro a livello nazionale, si presenta l'esigenza successiva, non certo per importanza, che riguarda la necessità di perfezionare il rapporto tra azienda e dipendenti con un contratto "su misura" per ogni realtà produttiva, che sappia cogliere le peculiarità dell'azienda nell'ambito territoriale e commerciale nel quale opera.
Dare più spazio ai contratti integrativi aziendali, sempre nell'ambito delle regole nazionali, ha il vantaggio che le parti contraenti vivono la realtà aziendale quotidianamente e, oltre a essere quelle direttamente interessate dall'applicazione del contratto stesso, sono quelle maggiormente motivate a creare le condizioni migliori per la riuscita della missione aziendale.
(16/11/04)

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