Caro Fazio, finita la guerra non si accontenti della pace
di Enrico Cisnetto

Caro Governatore,

oggi si celebra la giornata del risparmio ed è tradizione che Lei "faccia il punto" sullo stato dell'economia e dei mercati finanziari.

E' sperabile che dopo oltre un anno di un'assurda quanto deleteria "guerra" intorno al risparmio degli italiani, al ruolo del sistema creditizio e a quello della Banca d'Italia - non mancando di coinvolgere anche la Sua persona - si possa finalmente tornare a ragionare del merito delle questioni, al riparo dai fumi ideologici, dal gioco degli interessi e dai rancori personali. Del resto, della più che necessaria pacificazione ce ne sono tutti i segni. Ma proprio per questo, consenta a chi, come il sottoscritto, non ha esitato a spendersi nel denunciare la vera natura di quegli attacchi, di dire con chiarezza che è venuto il momento di riprendere il cammino (interrotto) verso la modernizzazione del nostro sistema economico e finanziario. E che proprio dal magistero della banca centrale è lecito attendersi un contributo decisivo in questa direzione. Insomma, la "guerra" è finita, e - visto che ce ne sono le condizioni - è indispensabile fare in modo che si volti pagina, senza che la "pace" si trasformi in immobilismo.

Prendiamo, per esempio, la normativa sulla tutela del risparmio. Sgombrare il campo dalla retorica del "povero risparmiatore tradito" e dai maldestri tentativi di contrabbandare come garanzia di maggior vigilanza un eventuale mandato a termine per il governatore della Banca d'Italia - il cui unico obiettivo era la Sua estromissione - non può e non deve significare l'azzeramento di ogni proposito riformatore. A suo tempo, scrissi che la forma più efficace di tutela del risparmio passava per la trasformazione della Consob secondo le regole della Sec americana: più strumenti e poteri d'indagine e attribuzione di capacità sanzionatorie autonome. Resto di quell'idea, e francamente non capisco perché, una volta scisse le due questioni, il parlamento non abbia prontamente provveduto a varare la cosiddetta "SuperConsob". E mi disturba non poco l'idea che i La Malfa e i Tabacci rischino di trovare indebita giustificazione alle loro posizioni. Lei mi dirà che la colpa, ieri come oggi, è della politica. Vero. Ma proprio per questo, mi attendo che sia le parole che Lei pronuncerà oggi, sia la moral suasion che la Banca d'Italia è in grado di esercitare, siano finalizzate a sensibilizzare e sollecitare chi di dovere a procedere. Non dimentichiamoci che le richieste di dare un segnale ai mercati, e in particolare agli operatori internazionali, così come quelle di riconquistare la fiducia dei risparmiatori italiani - detentori dell'unico vero asset rimasto a questo benedetto Paese in declino, che ha smesso di produrre reddito e sta rosicchiando il patrimonio accumulato - erano assennate, e il fatto che qualcuno l'abbia imbastardite mischiandole con altri obiettivi, spesso inconfessabili, non rende meno necessario soddisfarle. Anzi.

Sotto la diretta giurisdizione della Banca d'Italia - giustamente: è bene ribadirlo a dispetto di chi lo ritiene inopportuno - ricade invece la responsabilità della concorrenza all'interno del sistema bancario, e dunque della sua articolazione. Tema riportato sotto i riflettori mediatici dal pressing sempre più asfissiante che le banche estere stanno facendo - sulla stessa Bankitalia, sul governo e perfino a Bruxelles - per avere "via libera" nella conquista degli istituti nostrani. Pure su questo fronte, nel recente passato, abbiamo assistito a indebite e pericolose pressioni lobbystico-politiche, condite in salsa vetero liberista, che per esempio si sono manifestate nello sgangherato attacco del Tesoro alle Fondazioni piuttosto che nella battaglia intorno agli equilibri di Mediobanca. Ma anche in questo caso, vale la pena di "giocare all'attacco", evitando che la difesa si trasformi in un "catenaccio" che blocca ogni tentativo di modernizzazione. Intendiamoci, ero e rimango dell'idea che la Banca d'Italia abbia fatto bene a porre sotto controllo le velleità straniere - del tutto estranee agli interessi nazionali - specie in mancanza di meccanismi di reciprocità e in attesa che il mercato europeo raggiunga il livello sufficiente di integrazione e omogeneità. Così come, in questi quindici anni, è stato opportuno favorire la razionalizzazione di tutto il sistema, attraverso la crescita e le fusioni, per raggiungere livelli di efficienza più prossimi a quelli europei. Ma quel processo non è terminato, anzi sembra aver rallentato molto e forse aver persino perso di vista gli obiettivi di fondo. C'è ancora da definire tutto il rapporto banca-impresa, con le prime chiamate a "trascinare" gli imprenditori lontano dai vizi tradizionali, come l'eccesso di debito bancario, e la seconda cui vanno definite con precisione le regole per il suo ingresso nel capitale delle banche.

Governatore, Lei sa quanto gli istituti di credito possono fare per riformare questo Paese, e quanto sia necessaria una regia di fondo specie in un momento in cui "politica economica e industriale" è un espressione ignorata da chi ha responsabilità politiche e di governo. Accontentarsi dello "scampato pericolo" non sarebbe coerente con lo spirito di servizio e di proposta che sempre ha contraddistinto la Banca D'Italia. Aspetto fiducioso. Suo

Enrico Cisnetto

(8/11/04)