Le elezioni Usa ed Eurolandia
di Enrico Cisnetto

Dal punto di vista degli effetti economici, l'Europa non potrà assistere che come spettatrice curiosa alle elezioni americane del 2 novembre. Nulla di più. Quale che sia il verdetto, infatti, il Vecchio Continente non può aspettarsi grandi conseguenze. Non c'è dubbio, il passaggio politico sarà importante - si pensi a quanto Berlusconi ha "investito" su Bush - ma il dibattito sull'evoluzione dell'economia a stelle e strisce (crescita, deprezzamento del dollaro, politiche di deficit spending, calo dell'occupazione) solletica solo gli economisti.

Mi spiego. Persino in questi anni di boom straordinario (i dati sul terzo trimestre parlano di un pil a +3,7%), le scelte economiche dell'amministrazione americana hanno influenzato ben poco i destini dell'Europa, saldamente protetta - o ingessata - dallo scudo del "super-euro". Il quale, dato l'apprezzamento rispetto al dollaro (+20% dall'inizio del 2003), ha neutralizzato i ritorni finanziari dell'export verso gli Stati Uniti, facendo sì che fossero altri i paesi in grado di avvantaggiarsi della crescita d'oltreoceano, Cina in primo luogo. Così, che l'inquilino della Casa Bianca rimanga un elefantino o diventi un asinello, le sorti dei due continenti resteranno divaricate: loro a dare consistenza ad una strategia di crescita, noi a dipanare il dilemma tra equilibrio di bilancio-stagnazione e disequilibrio-sviluppo.

Il risultato delle urne Usa, invece, avrà grande rilevanza per lo scenario interno americano. Bush, appoggiato da Wall Street, si spende la sua politica di sgravi fiscali e di spesa pubblica con cui ha messo fine alla recessione del 2001 portando il pil a livelli di crescita costantemente superiori al 3%, consentendo ai bilanci delle aziende di migliorare (anche grazie ai tagli fiscali) e agli indici di Borsa di mantenere gli stessi livelli del gennaio 2001, cioè all'inizio del suo mandato. Lo sfidante Kerry sfrutta lo scontento delle masse denunciando 1,6 milioni di occupati in meno collezionati in un quadriennio (è la prima volta dalla grande Depressione) e il deficit pubblico al 5% del pil.

Cionostante, il neo-eletto si troverà di fronte a scelte obbligate. Innanzitutto, porre un freno ai "deficit gemelli", visto che, oltre quello pubblico, anche il disavanzo nel commercio con l'estero è stato lasciato galoppare da George W. per far riprendere l'economia. Poi bisognerà affrontare il problema del caro-petrolio, che finirà per contribuire al rallentamento già previsto per il 2005. Ma l'impressione è che i destini degli americani saranno in mano ad altre due forze: la Federal Reserve e la Cina. Il potente Alan Greenspan dovrà guidare con oculatezza l'inevitabile aumento del prezzo del denaro. Quanto alla Cina, invece, essa non solo è il più grande esportatore verso gli Stati Uniti, ma ne è anche diventato il secondo maggior creditore straniero, dal momento che la sua banca centrale sta facendo incetta di titoli di stato americani. Con un ritmo di crescita prossimo al 10%, la Cina è davvero assurta al ruolo di unica superpotenza capace di confrontarsi con gli Usa. In questo scenario, è evidente che la crescita mondiale dipenderà dall'interazione di queste due giganti economici. Per i nani come noi, per ora, c'è solo un posto in platea. Buona visione.

(31/10/04)