Inutile e deforme, duro giudizio sulla Finanziaria
di Enrico Cisnetto

Un caleidoscopio. Basta un piccolo sommovimento (politico) e questa Finanziaria cambia faccia creando sempre nuove e mirabolanti figure. D'altronde, con obiettivi così "ambiziosi" - ridurre la spesa incentivando lo sviluppo, e ridurre le tasse aumentando il gettito - bisogna provarle tutte.

E infatti, sono moltissime le soluzioni pensate, proposte, modificate e, per lo più, accantonate. Con un balletto che vede Siniscalco ipotizzare e tutti i suoi colleghi, a cominciare da Berlusconi, bocciare. Sul fronte delle nuove entrate si punta molto (4 miliardi di euro) sulla revisione degli studi di settore. Ma per le resistenze dei lavoratori autonomi e della Lega gli interventi saranno come minimo edulcorati. Del tutto sparita, per ora, l'ipotesi d'intervenire sulle rendite finanziarie con un ritocco delle aliquote. Ma il meccanismo funziona anche al contrario: Siniscalco nega perentoriamente l'ipotesi ennesimo condono, che rimane una scorciatoia tentatrice. Se poi dalla ricerca delle risorse si passa al come spenderle, la "marea propositiva" della maggioranza diventa inarrestabile. La riforma fiscale sarà da 6 miliardi, il ddl sulla competitività anche. E sommandoli si arriverebbe ad una somma pari all'1% del pil. Ma quei soldi non ci sono, per cui la metà, comunque difficilissima da trovare, dovrà bastare per fare tutto, con il risultato di mutilare progetti di spesa e propositi di rigore. Fino ad ottenere un informe compromesso con più deficit e un impercettibile sostegno allo sviluppo. E per di più senza sapere se la copertura dei mancati incassi sia possibile, ci si accapiglia sul numero di aliquote, sull'equità del prelievo, sugli assegni familiari e quant'altro.

Sullo sfondo rimangono le richieste delle imprese per pagare meno tasse e per il sostegno alla ricerca; nonché quelle dei sindacati che chiedono interventi di aiuto al Mezzogiorno e soldi per rinnovare i contratti. Mai nessuna voce si alza dalla maggioranza per dire: "Questo no, i fondi servono per altre priorità" (per esempio gli investimenti infrastrutturali). E d'altronde nessuno potrebbe dirlo con cognizione di causa, visto che la manovra economica non è mai rivelata nella sua interezza. Le tre grandi parti che la compongono - il riequilibrio della spesa, la riforma fiscale e gli interventi sulla competitività - sono progetti che, forse, in futuro s'incontreranno. In pratica siamo passati dalle costruzioni intoccabili e irrealistiche dell'iperottimistico Tremonti, all'assenza tout court di un progetto di cui si possa stimare l'effetto sul bilancio e sull'economia nazionale.

E anche presi singolarmente, i vari tronconi non brillano per coerenza e comprensibilità. C'è l'ormai annosa questione delle cartolarizzazioni e delle vendite immobiliari che a consuntivo generano sempre entrate più basse delle stime. Sulla tenuta della regola del 2% di tetto alla spesa (e il peso relativo delle eccezioni previste Welfare, Sanità e dipendenti pubblici) ormai anche i partiti della maggioranza si limitano alla professione di fede. Tra tante proposte e nessuna decisione concreta, il rischio è che la manovra raggiunga appena 12 dei 24 miliardi previsti, in una riedizione di quello che Siniscalco ha già realizzato con la manovra correttiva di luglio: sulle carta doveva farci risparmiare 7 miliardi, nel migliore dei casi ne varrà 5, portando il nostro deficit a ridosso alla fatidica soglia del 3% (lo sostiene il commissario Ue, Joaquin Almunia, io mi azzardo a dire oltre). Scoprire a giugno prossimo che questa Finanziaria vale la metà sarebbe devastante per la nostra credibilità internazionale e la tenuta del sistema economico. Senza contare che ci vedrebbe costretti ad una manovra correttiva pesantissima.

Tanta confusione sulla Finanziaria deriva dalla debolezza politica e dalla mancanza d'idee della maggioranza, ben rappresentata dalla volontà di abbassare le tasse a prescindere dalla realizzabilità e dagli effetti. Un recente studio Ocse sulla pressione fiscale è illuminante: in Italia è cresciuta dal 2002 al 2003 dal 42,6% al 43,4% del pil. La diminuzione dell'imposizione sui redditi delle persone e delle imprese è stata più che compensata dalla crescita dei costi previdenziali e delle tasse sulla proprietà, proprio il trend che le misure allo studio rafforzerebbero. Perché allora continuare, per di più barcollando tra mille ripensamenti, su una strada che non produce effetti positivi né per il bilancio pubblico né per lo sviluppo?

Ci sono ancora i tempi per ripensare una Finanziaria inutile e deforme.

(22/10/04)