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Male occupazione di Alessandro Rapisarda e Alessandro Versari
Qualche giorno fa, l'Istat ha diffuso i dati relativi all'andamento dell'occupazione in Italia.
Questi da una prima lettura, descrivono una situazione del mercato del lavoro, nella quale domanda e offerta, segnano una forte controtendenza, rispetto alla situazione generale economica del nostro paese e dell'Europa. Nell'illusione che questo possa essere un segnale positivo, prodromico ad un eventuale miglioramento della salute dell'economia, vorrei precisare che a parere di chi scrive, il solo trend occupazionale di un paese, non può essere considerato quale sintomo di previsione negativo o positivo di un'economia. In quanto essa stessa viene influenzata da elementi intrinseci dello stato economico e sociale di un mercato, ovvero proprio quelli che determinano la forza finanziaria ed economica di un paese, come il (P.i.l.) e non di certo viceversa.
Analizzando in dettagliato i dati diffusi dall'istituto di statistica, nel secondo trimestre 2004 l'occupazione in Italia ha segnato un incremento di 163mila unità, rispetto allo stesso periodo del 2003, inoltre nel primo trimestre dell'anno, la crescita era risultata maggiormente più decisa, in quanto segnava un aumento pari a 230mila unità. Ulteriore elemento positivo va tradotto nel dato di trasformazione da rapporti stagionali a tempo indeterminato pari al + 0,4 per cento ovvero 85mila posti.
Volendo continuare a snocciolare cifre, dal 1999 ad oggi i disoccupati sono scesi a 923mila unità, con un tasso che si riduce al 7,9%, (6,3% tra gli uomini e il 10,2% tra le donne). Non si può negare la tendenza positiva dell'incremento dell'occupazione, ribadita anche da un crescita dell'occupazione dello 0,7% su base annua, una variazione a cui corrisponde la nuova forte discesa della disoccupazione -6%. Queste indicazioni favorevoli sono poi rafforzate dal fatto, che tra aprile e giugno 2004 nel Mezzogiorno i senza lavoro, hanno accusato una flessione del 10,2 per cento.
Rileggendo queste cifre, verrebbe da pensare, che l'Istat dovrà rimettere mano ai dati inerenti all'andamento economico di crescita del nostro paese, i quali sembrano contrastare quelli afferenti l'occupazione. Infatti il Csc Centro Studi di Confindustria, in una sua ricerca rileva che a settembre la componente stagionale e il numero dei giorni lavorativi, presenta una crescita dello 0,6% rispetto al mese precedente. In definitiva i livelli di incremento registrati nel mese di settembre, hanno riportato i valori di produzione a quelli riscontrati nel 2003. Il dato è derivante da un lieve calo congiunturale rilevato in agosto (-0,1%) e al debole incremento misurato dall'Istat in luglio (+0,4%). Rispetto ad un anno fa, la produzione di settembre corretta per il numero delle giornate lavorative, registra una crescita dell'1,4%. Nel complesso, nei primi nove mesi dell'anno, la produzione a parità di giorni lavorativi presenta un modesto aumento dello 0,2 per cento. Confindustria, rincara, segnalando il debole flusso di nuovi ordinativi acquisti a settembre dalle aziende industriali che lavorano su commessa, sia rispetto ad agosto 2004 sia nei confronti dello stesso mese del 2003 (-2%).
A questo punto, credo non debba essere insensato, affermare che, l'ascesa del tasso di occupazione registrato nel secondo trimestre 2004, non determini un sensibile miglioramento delle condizioni del mercato economico nazionale o che comunque non sia un segnale derivante da una tendenza positiva dello stesso. La spiegazione di questa "euforia" del mercato del lavoro, trova i suoi radicali, in una serie di accezioni, affermatisi nel tessuto economico del paese.
Andando a scomporre i dati dell'istituto di statistica si rileva che, cresce il numero degli occupati a tempo pieno, con un incremento pari a 233mila unità, ovvero (+1,2 %). Mentre il part-time segna una flessione, (l'occupazione di tale tipologia contrattuale scende a 53mila addetti, -6mila unità) e quella a termine (un milione e 919 unità -113mila). Questi primi elementi, determinano che la curva positiva dell'occupazione non è influenzata, nè dall'impianto normativo, della riforma Biagi, che punta molto sul contratto a tempo parziale e da forme contrattuali flessibili, nè dal contratto a tempo determinato, quale mezzo di flessibilità introdotto nell'ottobre 2001. Fotografando il mercato del lavoro, e dividendolo per settori si determina inoltre, che i migliori risultati ottenuti in termini di occupazione sono stati nell'ambito delle costruzioni (un milione e 841 addetti +4,8%) e nell'agricoltura (943mila addetti +4,7%). Più lenta la crescita dei servizi (14milioni e 574 addetti, +0,4%) e soprattutto nell'industria in senso stretto (5milioni e 80 mila addetti, 0,5%). Questi ultimi elementi evidenziano una struttura del mercato del lavoro con una forte domanda allocata in settori come quello delle costruzioni e agricolo, che non appartengono ad elemento di sviluppo di un mercato economico moderno. Inoltre in gran parte questi comparti si limitato ad influenzare l'indotto economico prodotto al solo mercato interno. Al contrario l'industria, ma soprattutto i servizi, settori portanti di un economia moderna, in quanto ad alta tecnologia, fonte di grande potenzialità per l'esportazione di beni e quindi produzione di reddito, si vede arrancante nell'ascesa dell'occupazione.
Ulteriore dato sensibile che espone a critiche i riferimenti numerici raccolti dall'istituto, è quello afferente la disoccupazione del mezzogiorno, che scende del 10,2%, ma che rimane sempre un tasso abbastanza elevato pari al 15,9%. Questo fenomeno può essere spiegato da una depurazione dei lavoratori, cosiddetti in nero in lavoratori regolari, indubbiamente indotto da una serie di motivi, quale un irrigidimento dell'ordinamento nei confronti degli stranieri irregolari, che trovavano una loro forte collocazione nel settore agricolo. Aggiungerei che nell'ultimo anno le aziende commerciali, per sollecitare i consumi e quindi l'acquisto dei beni, hanno adottato , la formula del pagamento rateale, realizzabile però solamente se si è in possesso di un reddito. Forse alcuni lavoratori sommersi, sono stati condizionati fortemente ad emergere al fine di usufruire di queste forme di pagamento. Mi risulta inoltre che la coercizione nei confronti del lavoro irregolare, negli ultimi anni è stata rafforzata notevolmente, con l'intensificazione operativa svolta dagli organi ispettivi.
Approfondendo ulteriormente lo stato di salute del mercato del lavoro in Italia, si scopre che, sul piano strutturale, gli elementi fin qui evidenziati, non intaccano in modo sostanziale la condizione di sottoccupazione della popolazione italiana, in particolare delle donne, dei giovani, delle persone con più di 55 anni e del Mezzogiorno. Il tasso di disoccupazione giovanile resta fortemente superiore a quello medio Europeo, che pure è molto alto (24,6% contro 15,9). La quota dei senza lavoro nel meridione, nonostante i molti progressi compiuti rimane nettamente alta rispetto a quello del nord (15,9% contro 4%).
Forse l'errore sta nel guardare i dati relativi all'occupazione con occhi avidi di quantità, perdendo un punto di riferimento sostanziale, quale indice di status economico globale del paese, ovvero la qualità dell'occupazione.
Nascondersi dietro a un dito non giova certamente alla curva morente della produzione interna del nostro paese, che dal dopo guerra ad oggi segna una violenta picchiata. Come non giova affermare che il (P.i.l.) non incide poi in modo rilevante ne sul tasso di occupazione. Optare per una gestione del mercato economico, che punti solo sull'inerzia di alcuni settori produttivi, che sono stati la colonna portante dell'economia del paese e che oggi non trovano più spazio sia nel piccolo mercato interno che quello estero, equivale ad una resa incondizionata da parte del paese.
La conferma di queste affermazioni viene data dal fatto, che la proliferazione di lavoro dipendente in un settore come quello delle costruzioni, evidenzia, come già detto, un'impostazione economica improntata sullo sfruttamento di un mercato interno. Nulla da ridire sul fatto che l'edilizia è un comparto importante, che produce un indotto con molti zeri e che per eccellenza viene definito, quale volano dell'economia del nostro paese. Come ogni elemento meccanico però, necessita di energia che crea una spinta e quindi gli permette di girare. Questo movimento non può essere certo creato dalla attività del solo mercato interno, ma necessita di ulteriore spinta da parte del mercato esterno (dalle esportazioni). Ad oggi la flotta delle aziende Italiane che opera all'estero e quindi esportano i propri beni, può contare su poche unità. Inoltre la maggior parte di queste sono inquadrabili strutturalmente in piccole medie imprese. Il quadro si riduce ulteriormente se andiamo ad evidenziare il numero di quelle attività che producono alta tecnologia. Oltre tutto quelle attività, che producono beni manifatturieri, si trovano in forte concorrenza con quei paesi emergenti che si posizionano in una situazione di privilegio, in quanto possono confidare sul basso costo della loro mano d'opera. Sarebbe a mio avviso, utopistico pensare di riuscire a ridurre in modo drastico il nostro costo del lavoro, lo sarebbe ancora di più pretendere di obbligare questi paesi a un comportamento diverso da quello tenuto. Direi che sarebbe più razionale la scelta di indurre il mercato italiano, ad una trasformazione di una parte di esso, puntando sulla tecnologia e la progettazione, facendo confluire e fondere le risorse delle piccole attività in strutture più forti e capaci di accumulare capitali, utili poi ad essere investiti nella progettazione dell'alta tecnologia. Questo si, può influenzare notevolmente la salute del mercato del lavoro, infatti la domanda potrà stimolare un certo tipo di offerta, ovvero veder crescere determinate qualifiche e livelli di formazione. Ancora i settore dell'alta tecnologia ma soprattutto della progettazione, hanno il vantaggio di ridurre notevolmente i costi di produzione e quindi, confluire una parte di queste risorse, nei salari del personale dipendente.
Sono dell'opinione che quando parliamo di qualità dell'occupazione, intendiamo parlare non solo di mano d'opera qualificata, ambiente e salute del lavoro, ma anche dei salari che i lavoratori percepiscono mediamente nel nostro paese e che attualmente non sono i più alti d'Europa, ma su questi gravano i costi per eccellenza, più onerosi dell'unione, come il carburante, l'energia e assicurazioni.
Concludo permettendomi di affermare, che la struttura del mercato del lavoro è fortemente condizionata, dalla configurazione di un mercato economico nazionale obsoleto, che richiederebbe una ristrutturazione atta a stimolare scelte economiche, basate sulla confluenza dei capitali e sull'investimento degli stessi in settori, dove la tecnologia può trovare terreni fertili, ergo facilmente competitive con altre economie, fonte di un considerevole indotto economico e di conseguenza capaci di creare una buona occupazione sia sotto il punto di vista quantitativo che qualitativo.
(14/10/04)

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