Errori (e propaganda) di chi teme le delocalizzazioni
di Enrico Cisnetto

Non diversamente da chi un anno fa chiedeva dazi doganali verso la Cina, oggi va di moda, specie nel Nord-Est, agitare lo spauracchio della delocalizzazione. Intendiamoci, il dibattito sulla tendenza sempre più forte delle imprese europee e americane a spostare le produzioni dove i costi sono più bassi è un buon segno, visto che evoca il tema cruciale della competitività in questa fase avanzata del processo di mondializzazione dell'economia.

Peccato, però, che nel nostro paese si commettano due errori di fondo: 1) credere che l'opzione sia accettare o rinunciare a questa possibilità; 2) cercare di misurare quella che è una scelta soprattutto aziendale con criteri politici se non addirittura propagandistici. Riguardo al primo punto, la delocalizzazione è solo una conseguenza del più ampio fenomeno della globalizzazione, dunque rifiutarla significa condannarsi ai margini del mercato o addirittura esserne espulso, soprattutto ora che l'entrata in campo dei due giganti asiatici, Cina e India, sta accelerando il fenomeno. Invece, gli avversari nostrani della delocalizzazione l'hanno scambiata per una causa delle difficoltà del nostro modello di sviluppo. Sempre più spesso si alzano, specie nel Nordest, voci contro gli imprenditori "ingrati" se non "immorali" che, dopo aver ottenuto tanto dal territorio, fuggirebbero lontano a dar lavoro a cinesi e romeni. Fornire spiegazioni semplici e indicare nemici esterni è sempre stato terreno fertile per la propaganda, specie quando le difficoltà sono reali e il calo competitivo pesa sui sempre meno floridi distretti.

E' vero: la leva dei costi, che con la svalutazione ci ha regalato tanti vantaggi sul mercato mondiale, ormai favorisce la Cina e gli altri paesi. Ma pensare di potersi sottrarre a questa evoluzione è pura follia, così come richiamare le aziende ai loro supposti "doveri di riconoscenza" e bloccarle in Italia significa condannarle a morte certa. Si dice: ma così si perdono posti di lavoro. E perchè, impedite nell'espatrio (come, poi?) le imprese salverebbero comunque quelle unità produttive? Un recente studio dell'agenzia Onu, Unctad, relativo a un campione di 100 tra le 500 più grandi imprese europee dimostra che il 40% (di cui il 25% tedesche) hanno già trasferito parte della produzione e dei servizi all'estero, mentre un altro 44% (di cui il 40% tedesche) pensano di farlo a breve. A guidare la classifica è la Gran Bretagna, con il 61% dei posti delocalizzati, seguita da Germania e Benelux, con il 14%. L'Italia, condizionata dalle ridotte dimensioni delle sue aziende, è partita in ritardo e non sta certo guadagnando terreno.

Naturalmente comprendere l'irreversibilità di un processo non presuppone la sua accettazione passiva, o l'imitazione di modelli altrui, anzi ogni realtà economica dovrebbe trovare le forme di organizzazione della produzione su base globale che più si adattano alle proprie specificità e prospettive (come le migrazioni di "distretto" tentate proprio da realtà venete). Ma continuare semplicemente a "scappare" alla ricerca di costi più bassi è un'attività di nessuna lungimiranza. Più saggio sarebbe comprendere che i produttori emergenti di oggi saranno i mercati emergenti di domani e che stabilire le produzioni lì è un ottimo modo per conquistare nuovi consumatori. E, nel frattempo, sfruttare gli effetti della dislocazione delle produzioni per ridisegnare la nostra struttura interna, valorizzando le nostre diversità "non clonabili".

E' solo reagendo che ci si difende dai cambiamenti: chiudersi a riccio in difesa dell'esistente, in economia è sempre stato un comportamento letale.

26/09/2004