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Cimoli chiude con gli sprechi ora serve un salto di qualità
di Enrico Cisnetto
Dopo la positiva chiusura della vertenza sindacale relativa agli esuberi, su Alitalia viene da fare una riflessione pensando al passato e una guardando al futuro. La prima è la più spontanea: ah, se si fosse fatto prima.
I 3.679 dipendenti che dovranno lasciare la compagnia (su 5 mila richiesti dall'azienda) sono gli stessi che risultavano in eccedenza anche quattro anni fa, quando subito dopo l'11 settembre è scoppiata la crisi mondiale del trasporto aereo. Se società, governo e sindacati si fossero impegnati allora a tagliare i costi di un'Alitalia rimasta alla grandeur di un'epoca che fu, oggi non parleremmo di salvataggio ad un passo dal default, come è giusto definire l'intesa chiusa nella notte tra venerdì e ieri. Non solo: oggi, con tutta probabilità, Alitalia sarebbe già alleata di un'altra compagnia europea, partecipando ad un grande polo continentale, e il Paese sarebbe in gara con molte più chance delle poche che ha oggi nel tentativo di accaparrarsi una fetta importante del più grande business turistico di tutti i tempi, i 100 milioni di cinesi a reddito occidentale che stanno ormai con le valigie in mano.
Ma siccome la storia non si fa con i se, inutile piangere sul latte versato. Dunque, diciamo che per fortuna, cinque mesi fa è arrivato all'Alitalia un manager con gli attributi e la costanza di un diesel come Cimoli, che dopo aver risanato le Ferrovie ora ha avviato un'analoga operazione, non meno difficile. Meglio tardi che mai. Ma dato che non c'è niente di peggio che scambiare un punto di partenza con uno di arrivo, è bene dirci subito che la chiusura della vertenza per Alitalia segna solo l'avvio di un processo che o sarà lungo e profondo, o non sarà. Dunque, sbaglierebbe chi pensasse che per l'Alitalia è sufficiente risparmiare 282 milioni (su 315 immaginati) per sistemare il suo presente, tanto più il suo futuro. In realtà, siamo solo all'inizio. Certo, senza questo accordo - di cui Cimoli deve ringraziare i segretari confederali di Cgil-Cisl-Uil - i libri contabili di Alitalia sarebbero finiti in tribunale. Ma ora, sulla scia del suo buon esito, occorre far fare alla questione "trasporto aereo" un deciso passo avanti. Cimoli sfrutti la (consolidata) sponda di Letta e Buttiglione e la (nuova) disponibilità di Siniscalco per indurre il governo a mettere a punto un piano relativo all'intero settore che affianchi il suo relativo alla compagnia, e di cui lui ha bisogno non meno che degli ammortizzatori sociali per gli esuberi. Si affronti così la questione aeroporti, mettendo fine al penoso dualismo Malpensa-Fiumicino, due mezzi hub che non ne fanno uno. E si affronti una volta per tutte il problema degli enti del volo aereo, razionalizzando e modernizzando. Infine, si fissi già adesso il calendario delle prossime tappe del piano di rilancio, stabilendo che quando verrà il momento dell'indispensabile ricapitalizzazione (ragionevolmente la prossima primavera) il Tesoro dovrà fare un passo indietro. Si pianifichi subito che per fare una privatizzazione seria, occorre prevedere due tappe. La prima, appunto in occasione dell'aumento di capitale, non potrà che essere riservata ad un fondo di private equity, l'unica tipologia di investitore che oggi può garantire soldi senza snaturare il profilo nazionale della compagnia (anche se, come è probabile, il fondo fosse anglo-americano, per sua natura tende a preservare le caratteristiche genetiche dell'azienda in cui investe). Con il nuovo socio andrà dunque condiviso - d'intesa con il Tesoro, che è opportuno mantenga una quota residua - un piano almeno triennale, al termine del quale, una volta terminato il processo di risanamento e ben avviato quello di rilancio, si potrà finalmente stringere, senza condizioni di inferiorità, un'alleanza strategica con uno o più partner. Sarà allora, e solo allora, che si potrà decidere se proseguire nell'originaria idea di mettersi insieme con Air France (già sposata con Klm) o se altri, a cominciare da Luthansa, saranno i partner ideali.
Se questo disegno prendesse corpo, si potrebbe dire che nel nostro Paese è finalmente rinata la politica industriale. Incrociamo le dita.
19/09/2004

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