Il caso Compass: concorrenza all'inglese e ingenuità italiana
di Enrico Cisnetto

Chi di concorrenza sleale ferisce, di mercato perisce. Questa versione della famosa massima si attaglia perfettamente al "caso Compass", esploso nei giorni scorsi alla Borsa di Londra per un clamoroso "profit warning". Di cosa si tratta? Ce ne occupiamo, nella più generale disattenzione dei media nazionali, perché la vicenda si presta per più di una "lezione di capitalismo" di cui abbiamo proprio bisogno.

Dunque, l'inglese Compass con oltre 11 miliardi di sterline è il primo operatore al mondo nel catering, gigante sia nei servizi per aziende ed enti (gestisce dai pasti delle missioni Onu a quelli dell'Esercito americano) sia nel business del food e beverage in strade, stazioni e aeroporti, dove è competitor dell'italiana Autogrill (diventata da quando è stata privatizzata una grande multinazionale della ristorazione, con due terzi del giro d'affari all'estero). Ora, la Compass è stata costretta ad ammettere che a fine esercizio i profitti saranno nettamente inferiori a quelli previsti, e di conseguenza il titolo è crollato in una sola seduta del 25%. Ma ciò che va oltre la cronaca finanziaria è il modo in cui Compass è arrivata a questa debacle: operatore dominante e indisturbato in patria, si è lanciata in una clamorosa campagna mondiale di acquisizioni - un centinaio negli ultimi quattro anni - con l'unico obiettivo di occupare quote di mercato, spesso a qualsiasi costo. Ma la scelta del gigantismo non si è rivelata vincente: l'andamento dei mercati olandese e francese è negativo e non basta a ripagare le acquisizioni, e le acquisizioni hanno portato ad un aumento dei costi operativi che sta riducendo velocemente i margini. Ma il fatto grave è che per alimentare questa bulimia, Compass ha dato lezioni di concorrenza in giro per l'Europa, trovando orecchie ricettive proprio da noi (sono in atto diversi contenziosi sia tra Compass e Autogrill, sia tra questa e l'Antitrust, tutti originati da loro denunce) e non hanno esitato a stringere alleanze (in Italia con la Cremonini) senza guardare troppo per il sottile. Gli investitori se ne sono accorti, e hanno reagito.

Anche e soprattutto ad uso di alcuni "liberali scolastici" di casa nostra, se ne deducono alcune cose. Primo: la tanto decantata Inghilterra thatcherian-blairiana è un mercato ben più chiuso del nostro, e dimostra a coloro che predicano l'apertura delle frontiere italiane che per entrare "a casa d'altri" bisogna superare ostacoli ben più erti di quelli che frapponiamo noi (leggi le banche). Secondo: i nostri concorrenti internazionali non competono ad armi pari, penetrando i mercati o a colpi di acquisizioni di operatori locali pagati con premi eccessivi sul valore reale o, peggio, a colpi di ricorsi in tribunale. Il che mette a nudo un "buonismo" italiano davvero fuori posto. Terzo: non è sempre vero che nel capitalismo anglo-americano si bada alla creazione di valore. Il caso Compass dimostra che qualche volta si preferisce la strada della crescita per la crescita, sommando fatturati a danno dei profitti. E dimostra altresì che nelle public company, come lo è Compass, quando il management "stressa" i suoi obiettivi (immagine, potere, ecc.) i danneggiati sono milioni di piccoli azionisti. Quarto: le varie autorità Antitrust e quella di Bruxelles si muovono in modo totalmente diverso, creando in Europa asimmetrie che danneggiano la concorrenza, a tutto svantaggio di quei consumatori in nome dei quali esse legittimano le loro azioni.

In conclusione, continuare a concentrarsi sui problemi della concorrenza in un'ottica puramente nazionale, e sulla base di regole astratte e rigide, può rivelarsi altrettanto distorsivo che non occuparsene affatto. La ricetta? Reciprocità e pragmatismo

19/09/2004