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Tagliare le tasse? Solo a patto che.... di Gianfranco Polillo
Ridurre le tasse può far bene all'economia. Occorre tuttavia seguire alcune regole. La prime innanzitutto è che al relativo finanziamento si provveda con tagli nella spesa corrente. E' questo un vecchio principio che rischia quasi di trasformarsi in un luogo comune. Ma sarebbe sbagliato non rispettarlo. La riduzione del carico fiscale, infatti, rappresenta soprattutto un argine alla presenza dello Stato. Negli anni passati aumentare il prelievo rappresentava il necessario completamento di una spesa pubblica fuori controllo. La pubblica amministrazione si espandeva. I suoi compiti crescevano in modo caotico ed irrazionale. Sulla spinta degli interessi costituiti, prestazioni non sempre necessarie ed urgenti, rese il più delle volte ad un costo eccessivo, si scaricavano sulla finanza pubblica.
Richiedendo un successivo intervento riparatore: sotto forma di aumento del prelievo fiscale.
Agire quindi dal lato delle entrate, ponendo un limite al loro incremento, significa, innanzitutto, bloccare quella deriva amministrativa. Costringere le Amministrazioni dello Stato a guardarsi allo specchio. Verificare lo stato della propria organizzazione interna.
Contenere gli sprechi e ricercare le formule organizzative più idonee a migliorare la propria performance. In linea teorica, una diminuzione del carico fiscale non coincide necessariamente con una riduzione delle prestazioni pubbliche. Può, al contrario, tradursi in un vantaggio per tutti. Per il cittadino che vede aumentare il proprio reddito netto. Ma per le stesse Amministrazioni, costrette ad una cura di efficienza e quindi a selezionare quegli obiettivi che meglio rispondono alle esigenze del momento. Un'Amministrazione più snella, motivata e presente è un antidoto contro i pericoli della sclerosi burocratica sempre in agguato. Ed è soprattutto la nuova regola che guida i processi della riorganizzazione - si pensi all'Alitalia - produttiva, a livello interno ed internazionale.
Se questo è il significato più profondo di una riduzione del carico fiscale, va da sé che il suo eventuale finanziamento con strumenti diversi non otterrebbe lo stesso risultato. Se si tagliassero le spese per gli investimenti o per i finanziamenti alle imprese, l'impatto sarebbe minore. Il cittadino avrebbe più soldi in busta paga. Ma l'iniezione di efficienza nei confronti della pubblica amministrazione verrebbe meno. Il risultato finale sarebbe, pertanto, un contribuente più felice, ma non un Paese più sano.
Nello stesso tempo, una busta paga più pesante fa crescere i consumi interni, quando non determina un maggior risparmio. In questa bassa congiuntura, sarebbe quindi una vera manna per le imprese italiane, strozzate sia dalla concorrenza internazionale che dalla scarsa propensione delle famiglie italiane a spendere. Per avere un'idea di quanto questo fattore possa incidere, si consideri che gran parte del lungo boom americano di questi ultimi anni si è basato proprio sulla fiducia dei consumatori. Questi non solo hanno compiuto correttamente il loro dovere. Ma si sono indebitati oltre misura. Fino al 1985 l'indebitamento familiare era stato pari a circa il 70 per cento del loro reddito, per arrivare negli ultimi anni al 112 per cento.
E' possibile importare quest'esperienza? Fino ad un certo punto. La crisi italiana è soprattutto dovuta alla perdita di competitività. Negli ultimi due anni la domanda interna (consumi delle famiglie e della Pubblica amministrazione) è aumentata rispettivamente dell'1,3 e dell'1,2 per cento. Le importazioni nette dello 0,9. Ciò significa, in altri termini, che quel po' di consumo che si è avuto è stato soprattutto soddisfatto da un volume crescente di importazioni. Il saldo negativo con la Cina, tanto per fare un esempio, è passato da 4 a 5,6 miliardi di euro, con un aumento del 40 per cento. Rilanciare la domanda interna, senza potenziare l'attività produttiva, avrebbe quindi un effetto controproducente. Ecco allora che ridurre le tasse non basta. Specie se il relativo finanziamento è posto a carico di quelle imprese. Che occorrerebbe, invece, rilanciare per accrescerne la relativa competitività.
(08/06/04)

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