Stagione estiva deludente, le cause profonde della crisi
di Enrico Cisnetto

Il declino è retorica, sostengono gli ottimisti ad oltranza. Bene, costoro vadano a guardarsi i primi consuntivi della stagione estiva del nostro turismo: ancora un'annata deludente, anzi più deludente di ogni più nera previsione.

Ed essendo il turismo la prima industria nazionale (vale il 12% del pil), essa ripresenta "in scala" tutte le principali cause del declino economico italiano: risorse mal utilizzate, operatori frammentati, mancanza di una strategia complessiva e carenze strutturali. Ma la cosa grave, e che rende simbolica la crisi di questo settore, sta nel fatto che l'offerta turistica rappresenta l'essenza stessa del made in Italy ed è il prodotto meno replicabile dai concorrenti sul mercato mondiale. E con una differenza di non poco conto rispetto ad altri comparti: per il turismo l'irrompere della Cina sulla scena mondiale può essere esclusivamente un'opportunità - e di quelle enormi - con oltre cento milioni di cinesi che d'ora in avanti annualmente inizieranno a viaggiare. Supponendo che spendano, volo a parte, tra mille e duemila euro a testa, ecco che in ballo ci sono 100-200 miliardi di euro, 200-400 mila miliardi delle vecchie lire. Cifre da capogiro.

Le cifre sono inequivocabili: secondo stime della Confcommercio nei tre mesi estivi dovrebbe registrarsi un -2,04% rispetto all'anno scorso, ovvero 7 milioni di presenze giornaliere in meno, per 420 milioni di euro di mancati incassi, che diventano 1,6 miliardi se si aggiungono quelli dei pubblici esercizi. Un calo che si somma a quello degli ultimi due anni, ed è dovuto non tanto ad una piccola contrazione della domanda interna - ma gli incassi delle agenzie di viaggio sono stati salvati dal flusso in uscita di turisti italiani - quanto all'assenza degli stranieri, specie europei (si calcola il 20-30% di arrivi in meno dalla Germania).

La causa? Dal punto di vista dell'offerta "potenziale" (paesaggio, beni artistici, enogastronomia) siamo ineguagliabili, ma i disagi e i costi a cui il visitatore si deve sottoporre finisce per svilire l'appeal delle mete italiane. Non a caso a soffrire di più è il turismo balneare, eroso non solo da concorrenti storici come Spagna e Grecia ma anche da destinazioni emergenti come Croazia ed Egitto, mentre per gli amanti della montagna Austria, l'Ungheria, la Slovacchia, la Slovenia sono diventate vere alternative.

Dunque, è evidente che un'enorme domanda potenziale viene vanificata da un'offerta non all'altezza: il numero delle camere d'albergo per gestore è tra i più bassi del mondo, gli operatori sono piccoli e frammentati, tour operator di grandi dimensioni non ce ne sono e i nomi di prima linea hanno tutti problemi finanziari. A tutto ciò si aggiunga la carenza infrastrutturale dei trasporti e quella istituzionale, riassunta nello stato in cui versa l'Enit (nel mezzo di una riforma lunga ed inconcludente, dispone di solo 24,5 milioni, quasi tutti assorbiti dai costi di struttura, per promuovere l'Italia nel mondo), ma soprattutto nei danni che sta facendo il federalismo, visto che affidando alle regioni la competenza esclusiva sul comparto secondo la riforma del titolo V della Costituzione, si è frammentato ancor di più le iniziative. Allora, è retorica parlare di declino o è retorico (e irresponsabile) far finta che non ci sia?

12/09/2004