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Perché non sono d'accordo con il "meno tasse per tutti" di Enrico Cisnetto
Una cosa è chiara: Silvio Berlusconi è entrato in campagna elettorale. Il discorso fatto dal premier-ministro del Tesoro all'assemblea dell'Abi di ieri conferma che di qui fino alla fine della legislatura - indipendentemente che duri un anno o due - il premier impronterà tutta la sua politica al recupero del consenso perduto. Perno economico di questo disegno sarà la riduzione delle tasse, in particolare, vista la funzione "elettorale" del provvedimento, quella ai redditi delle famiglie ("meno tasse per tutti", appunto).
Gli alleati e gli oppositori che si preparano a fronteggiarlo sappiano che sarà praticamente impossibile ottenere sostanziali arretramenti su questo punto da parte del premier. Resta da capire se si tratta una buona idea, se è quello di cui il Paese ha bisogno e soprattutto se è fattibile visti i conti. Dovendo rispondere no almeno agli ultimi due interrogativi, evidentemente si è scelto l'obiettivo sbagliato. Dal punto di vista dei principi, il ragionamento di Berlusconi non fa una piega: riportare la pressione fiscale a livelli accettabili ("naturali" dice lui) non può che aiutare il clima sociale, incentivare l'attività economica, ridurre la sensazione dell'esproprio e la conseguente tentazione all'evasione.
Ma l'Italia non si trova in questa situazione, perché tre anni di stagnazione hanno ormai dimostrato che il nostro problema è quello di produrre ricchezza e conseguenti aumenti di reddito, una considerazione che rende del tutto anacronistica la riflessione sulla "giustizia" del nostro sistema fiscale e sulla sua capacità di redistribuire un reddito che in realtà si è smesso da tempo di produrre. E non convince nemmeno l'ipotesi che il calo della pressione fiscale possa avere degli effetti congiunturali positivi, facendo aumentare i consumi e in questo modo agganciare la ripresa. Lo stesso Berlusconi ieri ha sottolineato che in realtà le famiglie non si sono impoverite, come dimostra tra l'altro l'andamento dei consumi nel 2003, cresciuti dell'1,2% cioè tre volte rispetto al pil. Tutto bene, ma questo significa anche che non è quella la leva da utilizzare per far tornare a crescere l'economia. Bisogna invece concentrarsi su ciò che determina il declino del sistema-Italia: il comparto industriale. Non è un caso se ora che l'eccezionale ripresa extra-Ue inizia a riverberarsi anche da noi, il settore manifatturiero rimane debole secondo le stime preliminari della Banca d'Italia: la produzione industriale che nei primi sei mesi del 2004 è ulteriormente scesa dell'1,4%. E' il segno più evidente del declino: le aziende italiane producono di meno perché i loro prodotti sono meno competitivi. I dati definitivi sulla bilancia commerciale del 2003 dell'Istat e dell'Ice suonano come pesanti sentenze per la nostra capacità di vendere all'estero, coerente con un decennio di continuo ridimensionamento. Le esportazioni si sono contratte del 3,9%, con performance pesantemente peggiori della media per settori tradizionali come le calzature (-9%) o il tessile (-7%). La classica spiegazione della concorrenza dei paesi emergenti che ci battono grazie a costi stracciati racconta solo una parte delle verità, perché si sono perse quote di mercato anche nei confronti di Spagna e Germania (stessa moneta e stesse difficoltà congiunturali). E anche il ritorno al segno più previsto quest'anno (+1,8% secondo l'Ice), oltre ad avere ragioni tutte esterne non ci permette nemmeno di recuperare le posizioni perse l'anno scorso.
A guardare questi dati, la leva del bilancio pubblico deve essere mossa intervenendo sul sistema produttivo: è lì che la pressione fiscale può alleggerirsi (quindi semmai è prioritario intervenire sull'Irap) e gli investimenti pubblici devono tornare a fare da traino. Ma tutte le misure devono essere il più possibile mirate, devono puntare a correggere le patologie classiche e sistemiche delle nostre aziende favorendo le fusioni, l'internazionalizzazione, la dotazione di capitale di rischio e il ricambio generazionale. Ma rifuggiamo dall'idea dei provvedimenti a pioggia, anche perché l'acqua scarseggia come non mai.
E qui veniamo al terzo e più stringente interrogativo: il bilancio pubblico rende verosimile la riforma fiscale? Standard & Poor's ci ha apertamente detto che rinunciare a 12 miliardi di euro di gettito comprometterebbe l'equilibrio di bilancio. In realtà a guardare le tendenze anche solo mantenere il controllo dell'attuale spesa diventa un problema non da poco: il deficit che corre verso il 3%, il costo del debito che si fa più oneroso a causa del downgrading sono pericoli immediati, appena all'orizzonte ci sono incognite sulla spesa sanitaria e sul gettito di una tantum come il condono edilizio e le dismissioni immobiliari. Per non parlare del nostro avanzo primario (saldo al netto della spesa per interessi) che, come ha rilevato Antonio Fazio, viaggia verso il 2% del pil quando ci siamo impegnati con l'Europa a tenerlo al 5,5% vale a dire che le misure di finanza creativa dell'era Tremonti ha mascherato uno scostamento di circa 31 miliardi di euro nella spesa corrente. Questo non significa certo giocar tutto in difesa e puntare tutto su un rigore di bilancio che finirebbe col soffocare quei pochi spazi di crescita che rimangono. Ma la maggioranza che domenica si ritroverà per ritarare la linea di politica economica dovrà rendersi conto che le cartucce a sua disposizione sono pochissime, e non accettare che Berlusconi o chiunque altro le spari inutilmente.
09/07/04

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