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Le elezione regionali puniscono il centro-destra, ma con questo sistema
elettorale anche L'Unione non potrà fare meglio
di Cesare Greco
I risultati delle elezioni regionali segnano una sconfitta
politica grave e inequivocabile per il centro-destra. La nuova geografia
politica che si è delineata mostra l'intera penisola contrapposta all'enclave
lombardo-veneta, rimasta fedele, anche se meno di prima, alla Cdl. Nel
complesso, comunque, ciò che colpisce è da una parte il calo vistoso
di voti del partito del premier, dall'altra la sconfitta subita anche
in quelle regioni, come Lazio e Puglia, che ad inizio campagna elettorale
venivano considerate sicure, anche per merito di due governatori, Storace
e Fitto, che non avevano governato male e contro i quali l'Unione aveva
schierato due candidati sulla carta non irresistibili. Evidentemente
questo risultato completa quella parabola discendente iniziata con le
suppletive e le europee, mettendo in mostra un trend inarrestabile.
L'azione politica del governo e del suo leader indiscusso non solo non
è riuscita a farsi apprezzare presso gli elettori, ma ha evidentemente
creato un tale livello di sconcerto e scontentezza da spostare importanti
pacchetti di voti verso il centro-sinistra, essendo rimaste pressoché
invariate le percentuali di astensione ed essendo risultate irrilevanti
le percentuali ottenute dalle liste della Mussolini e altre minori.
L'elettorato italiano, e dai primi risultati di lista quello di Forza
Italia in particolare, non hanno apprezzato quelle che da parte del
governo sono state sbandierate come grandi riforme per rilanciare il
sistema paese. La riforma fiscale non è stata percepita né dai cittadini
come una riforma equa, né dal mondo imprenditoriale come un incentivo
agli investimenti. La riforma costituzionale e il cedimento totale ai
ricatti localistici della Lega hanno finito per spaventare proprio quell'elettorato
di destra che, nello spezzettamento dello stato nazionale e nella devolution,
vede il crearsi di disuguaglianze sociali a scapito delle realtà più
deboli del mezzogiorno; e il mezzogiorno è letteralmente fuggito via.
In sostanza la sensazione diffusa di una politica lombardocentrica e
berlusconicentrica (ivi compresi gli amici del premier) hanno finito
per dar vita ad una significativa fuga verso lo schieramento contrapposto.
A fronte di una esagerata, ostentata a volte in maniera irritante, soddisfazione
del premier per le cose fatte, agli occhi dei cittadini i conti, in
questi quattro anni, evidentemente non tornavano e la sensazione del
declino generale ha finito per togliere credibilità ad una propaganda
troppo televisiva e scarsamente aderente alla realtà. Senza voler nulla
togliere ai meriti dello schieramento di centro-sinistra, la sconfitta
della Cdl è tutta interna ad essa e testimonia un'allarmante incapacità
di cogliere i sentimenti degli elettori, i sentimenti reali, non quelli
virtuali dei sondaggi più o meno creati ad uso e consumo del principe.
Dalle prime reazioni ufficiali del centro-destra si colgono da una parte
un desiderio mal represso di resa dei conti, dall'altra un arroccamento
a difesa delle riforme attuate e attuande che testimoniano confusione
e carenza di lucidità.
D'altro canto, la vittoria dello schieramento di sinistra, così come
si è venuto a configurare, non induce all'ottimismo quanti, come noi,
hanno sperato e sperano in un radicale cambiamento del quadro politico,
con un riassemblaggio degli schieramenti attualmente raggruppati nei
poli contrapposti. Al di là dei numeri, rimaniamo convinti che, con
l'attuale sistema elettorale, nessuno dei due schieramenti sarà in grado
di offrire risposte coerenti al Paese. Non c'è riuscito fino ad ora
il centro-destra, nonostante una schiacciante maggioranza parlamentare,
bloccato e ricattato da una Lega che, con il suo forte egoismo localistico,
rappresenta una minoranza nel paese ma risulta determinante nell'assegnazione
dei seggi nella sua enclave lombardo-veneta e, siamo convinti, non ci
riuscirà il centro-sinistra dell'asse Prodi-Bertinotti-Movimenti all'interno
del quale permangono differenze enormi in politica economica e visioni
contrapposte in politica estera. La vittoria alle regionali obiettivamente
rafforza tale asse e indebolisce quanti non avrebbero visto negativamente
l'apertura di un dialogo con le componenti più aperte dell'altro schieramento.
Non sappiamo, infatti, quanto oggi sarebbe riproponibile un'operazione
come quella che ha portato la Margherita a schierare a Venezia Massimo
Cacciari, in contrapposizione al candidato prodianbertinottiano Felice
Casson.
Al di là dei risultati, comunque, i problemi che in questi anni abbiamo
denunciato restano tutti e del tutto insoluti. La proposta di un'Assemblea
Costituente che eviti lo scempio che della Costituzione si è fatto nelle
ultime due legislature, in maniera alternata da ambedue gli schieramenti,
rimane più attuale che mai, se si vuole evitare l'affermarsi della legge
della giungla e l'incertezza delle garanzie fondamentali esposte ai
colpi di mano delle diverse maggioranze. Le forze politiche più accorte
e le forze vive del Paese, che sulla loro pelle finiscono per sperimentare
gli effetti del declino istituzionale ed economico, non possono far
finta di non vedere le devastanti conseguenze che questo sistema bipolare
bastardo ha già avuto sul sistema paese e non possono far finta di non
capire che, in mancanza di un radicale cambiamento del sistema elettorale,
non sarà possibile in futuro alcuna seria politica di rilancio. Oggi
più che mai occorrono uno sforzo di fantasia e un atto di coraggio da
parte di chi più avverte la responsabilità del futuro.
6 aprile 2005

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