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Il ruolo degli eletti del popolo è troppo svalutato e la Confindustria
rinuncia a dare indicazioni
di Donato Speroni
Non è opportuno che i rappresentanti delle organizzazioni
imprenditoriali prendano posizione nelle contese elettorali. L'indicazione
del presidente della Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, ha
suscitato dibattito. Come racconta
il Corriere della Sera, Montezemolo due settimane fa ha inviato una
lettera ai membri della giunta e ai presidenti delle associazioni che
compongono l'organizzazione da lui presieduta, ricordando di aver richiamato
tutti, in una recente riunione, sulla necessità di evitare "inutili
strumentalizzazioni da parte degli schieramenti politici che si fronteggeranno
nell'imminente consultazione regionale". E di aver espresso "una valutazione
contraria a dichiarazioni di voto che finiscono per coinvolgere le organizzazioni
nella campagna elettorale". Insomma, chi vuole appoggiare un partito
o un candidato dovrà prima dimettersi dalle cariche rappresentative
delle associazioni confindustriali.
Questa presa di posizione ha suscitato le ire del Foglio, che in un
editoriale
dal titolo "Conftartufismo" ha accusato Montezemolo di condannare la
sua organizzazione alla "irrilevanza", rinunciando a sostenere candidati
e programmi che più si avvicinano alle esigenze degli industriali. In
un certo senso il Foglio ha ragione: scegliere l'Aventino è una scelta
che ha un costo, ma evidentemente si tratta di un costo imposto dalle
circostanze.
Non è sempre stato così. In molte fasi della storia repubblicana le
organizzazioni degli imprenditori, in modo più o meno manifesto, scesero
pesantemente in politica. Nel 1958, con scarso successo, cercarono addirittura
di bloccare l'apertura ai socialisti che cominciava a profilarsi, lanciando
una "Confintesa" che univa nelle indicazioni di voto la Confindustria,
la Confcommercio e la Confartigianato. Anche nella storia più recente
non sono mai mancati appoggi più o meno manifesti a specifici candidati
considerati vicini alle posizioni degli industriali.
Prima dell'attuale presidente di Confindustria anche Antonio D'Amato
nel 2001 aveva formalmente raccomandato di non schierarsi, ma il suo
invito era stato interpretato come una scelta tattica, per parare le
critiche di chi lo considerava troppo allineato con Berlusconi. In altre
parole, il rapporto tra il centrodestra e la Confindustria sembrava
così organico da non aver bisogno di ulteriori indicazioni. Oggi, invece,
è diverso, il distacco è sostanziale: D'Amato ha lasciato la Confindustria
fortemente deluso da questo governo e Montezemolo ha accentuato la presa
di distanza, dall'uno e dall'altro schieramento.
Per comprendere la scelta confindustriale bisogna tener presente il
cambiamento di regime che è intervenuto in Italia dopo il 1994. Nella
cosiddetta Prima Repubblica gli eletti del popolo avevano molta più
libertà di schierarsi sulla base delle opzioni personali. Le occasioni
di trasformismo erano sicuramente maggiori, ma le assemblee elettive
svolgevano effettivamente un ruolo di elaborazione del materiale legislativo
che dava spazio anche ad un'attività di rappresentanza degli interessi.
Insomma, per le associazioni che questi interessi rappresentano, valeva
la pena di fare delle scelte.
Oggi invece il meccanismo bipolare fa sì che gran parte delle scelte
avvengano al di fuori del parlamento e delle assemblee regionali chiamate
poi a ratificare con voti blindati. Gli esempi si sprecano: dall'ultima
legge finanziaria, per la quale si imponevano al Parlamento finte discussioni
in attesa che il governo mettesse a punto un maxiemendamento che avrebbe
stravolto il testo, alla riforma costituzionale detta della "devolution"
calata dall'alto senza possibilità migliorative. Né la situazione è
molto migliore nelle regioni, anche quelle governate dal centrosinistra:
in Toscana, per esempio, è stato abolito il voto di preferenza ai candidati,
riducendo ulteriormente la libertà di scelta degli elettori.
Insomma, in questa situazione Montezemolo ha valutato che i costi fossero
superiori ai vantaggi. Qualsiasi indicazione sarebbe stata interpretata
come una scelta meccanicamente a favore dell'uno o dell'altro schieramento,
senza avere la contropartita di portare nelle istituzioni persone effettivamente
utili alla causa dell'impresa. Difficile dargli torto.
31 marzo 2005

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