Con Fassino i DS prendono finalmente posizione in politica estera, ma non tutti sono soddisfatti
di Antonio Picasso

Democrazia e libertà sono valori assoluti e da esportare senza se e senza ma. In un'intervista sulla Stampa, domenica 20 marzo, il segretario dei Democratici di sinistra, Piero Fassino, ha riconosciuto l'importanza delle manifestazioni di piazza in Medio Oriente. Ed ecco l'input per una nuova politica estera della sinistra italiana.

Secondo Fassino, nel mondo arabo è in atto un processo di secolarizzazione, che mette in discussione il rapporto tra politica e religione. Mentre la politica di George Bush si è rivelata profondamente lontana dal realismo kissingeriano che, negli anni Settanta, ha sostenuto i regimi militari del Sud America. Fassino comunque non ha giustificato la guerra in Iraq. Ha solo riconosciuto il successo dell'intransigenza occidentale verso gli oppositori della libertà. E ha richiamato, inoltre, l'attenzione sulla necessità, per il centrosinistra, di definire una "politica preventiva", capace di agire per tempo, sia nell'anticipare il ricorso alle armi, sia nel combattere qualsiasi violazione dei diritti umani.

L'intervista ha fatto da risposta al fondo di Ernesto Galli della Loggia, sul Corriere della Sera del 17 marzo, che lamentava la mancata presa di posizione, della sinistra italiana, in favore della rivoluzione dei cedri. La reazione di Fassino, così, non si è fatta attendere. Ed è stato esplicito l'appoggio ai giovani di Beirut, agli otto milioni di elettori iracheni e alle donne marocchine che si battono per i propri diritti.

Ma un'intervista così non poteva cadere nel vuoto.
Tra le tante reazioni contrarie, quella di Fabio Mussi, sul Manifesto. L'esponente del correntone distingue tra la democrazia e la libertà, in via di affermazione in Medio Oriente e l'intervento americano in Iraq. Le elezioni in Palestina, i fatti di Beirut e la possibile riforma costituzionale in Egitto altro non sarebbero che l'ultimo passaggio di un'evoluzione indotta solo dal nazionalismo laico e dal socialismo arabo, indipendentemente dagli Stati Uniti.
In disaccordo con Mussi è il vicepresidente della commissione esteri della Camera, Umberto Ranieri. I Ds potrebbero definire una nuova politica estera, non più intestardita contro il liberalismo americano, bensì capace di progettare strategie diplomatiche alternative alla guerra e in favore di democrazia e libertà.

Stessa tesi di Angelo Panebianco sul Corriere. Agli occhi del politologo, la sinistra italiana dovrebbe tentare un riavvicinamento a Tony Blair per fronteggiare l'asse franco-tedesco, vero propugnatore del realismo kissingeriano criticato da Fassino. Tuttavia, la politica italiana è un "cimitero di buone intenzioni". E la politica preventiva di Fassino rischia di fare una brutta fine. A meno che il dinoccolato segretario non vesta i panni del tessitore capace di opporsi al cieco antiamericanismo.
Quello assunto da Fassino è un impegno poderoso, ma non irrealizzabile. Georgia, Ucraina e forse adesso il Libano sono, infatti, esempi da non sottovalutare della politica preventiva auspicata da tanti esponenti del riformismo.

22 marzo 2005