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Al Senato l'ennesimo ultimatum della Lega affretta l'iter della maxi-revisione
costituzionale
di Alessandro Marchetti
La riforma sulla devolution
continua ad avvelenare i toni del dibattito politico. Le sorti del progetto
di revisione costituzionale, quella sul federalismo per capirci, è tornata
di recente a scuotere gli equilibri politici della Casa delle Libertà,
come non se fossero già precari. La conferma ci viene dagli episodi
dell'8 marzo scorso.
I lavori al Senato, che prevedevano due sedute giornaliere, sono stati
dominati, come previsto, da una buona dose di calcolo e di arroganza
politica: tutta di marca leghista. La preoccupazione sui volti dei senatori
si è palesata quando, al termine dei lavori mattutini, l'esame degli
articoli sembrava arenarsi. Solo 3 erano quelli esaminati e la mole
enorme di emendamenti presentati (2.200 solo quelli dell'opposizione)
faceva pensare a tutto fuorché ad un esito promettente.
Senonché è bastata una rapida intesa tra i senatori leghisti ed un blitz
a Palazzo Chigi, per risolvere la questione: il manipolo capeggiato
da Calderoli si è, infatti, presentato da Berlusconi a reclamare quelle
garanzie fondamentali per la stabilità di Governo, e, quindi capaci
di evitare spiacevoli quarti d'ora agli alleati. La nota di Palazzo
Chigi non si è fatta attendere; preoccupato nei toni, il premier ha
voluto ribadire le priorità della maggioranza, ovvero approvare il testo
entro la pausa pasquale e le elezioni regionali.
Di lì il passo è stato breve: a rimediare ci ha pensato Renato Schifani,
che senza troppi indugi ha provveduto a fare invertire l'Ordine del
giorno: la soluzione ha sacrificato di fatto la discussione del decreto
sull'election day, previsto per le 16.30, sull'altare della "sopravvivenza
politica" del Governo.
D'altronde lo insegnano i latini: primum vivere. Da tutto questo non
escono che conferme e un brivido di impotenza investe tutti i cittadini
di buon senso. Sembra non fare effetto il coro di sdegno che la riforma
ha raccolto: il lavoro molteplice che da ogni parte è andato a delegittimare
la riforma, ha avuto illustri detrattori. Tecnici, costituzionalisti,
politologi o semplici analisti hanno costantemente tenuto alto il livello
di diffidenza, verso una riforma che promette di sconvolgere il volto
istituzionale del Paese. Con la nuova seconda parte della Costituzione,
le regioni avranno libertà di legiferare anche su sanità, scuola, polizia
locale ed amministrativa minacciando non poco l'unità del Paese in fatto
di istruzione, assistenza e pubblica sicurezza. Inoltre le modifiche
in esame, ridisegneranno la figura del premier, investito di poteri
quali lo scioglimento delle Camere e la revoca dei Ministri: fa da ciliegina
l'introduzione del Senato Federale, riccamente snaturato e privo delle
sue prerogative originarie.
Ma all'establishment responsabile di questa riforma, "devastante" per
il numero di norme stralciate (53 gli articoli da modificare), non sembra
toccare la grave frattura che lo separa ormai dall'opinione pubblica,
frustrata dall'arbitrio di certa classe dirigente. D'altronde non è
mai venuta a mancare la disapprovazione della società civile, del mondo
accademico e di chiunque sia dotato di buon senso, all'indirizzo del
più palese degli strappi istituzionali: diffidenza che si è affiancata
allo sdegno politico, quasi scontato, del centrosinistra, La necessità
di rinnovamento che il Paese avverte, il declino politico ed economico
del Sistema Italia non solo non andrà risolto dalla riforma federalista,
ma rischia di moltiplicarsi all'infinito. Inutile ricordare, proprio
perché ampiamente confermato da persone competenti, quanto l'impianto
del federalismo fiscale si prepari ad aggravare il rapporto già conflittuale
tra Stato e Regioni.
C'è di più. La nuova configurazione normativa darà vita, immancabilmente,
ad una evoluzione patologica del rapporto tra Enti locali e Stato. Insomma
ci prepariamo a vivere una semplice "illusione" federalista, come è
emerso dal dibattito
che Società Aperta ha organizzato recentemente a Bologna, palesata anche
dal fatto che la macchina burocratica resta saldamente nelle mani dei
ministeri, sempre in grado di riprendersi tutte le prerogative. Questa
prospettiva diventa pericolosa per l'affidabilità e l'efficienza della
apparato statale. Intanto la legge va avanti; sorda agli echi delle
forze riformiste, e agli interessi di certi gruppi di pressione ampiamente
favorevoli ad una riforma dello Stato, purché discussa e approvata da
un'Assemblea Costituente, legittima e sovrana. E' di molti oramai la
convinzione che la Casa delle libertà non risponda altro che ad un continuo
ricatto politico di alleati scomodi, con il risultato di affidare al
Paese riforme bastarde e scellerate.
11 marzo 2005

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