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La multa a Rai e Mediaset non solo arriva tardi ma non aiuta il Governo
a finanziare l'editoria
di Enrico
Cisnetto
Rai e Mediaset si sono beccate una multa salata, rispettivamente
20 e 45 milioni di euro, per aver sforato il tetto previsto per l'affollamento
pubblicitario in tv. Troppi spot, ha sentenziato l'Autorità di garanzia
sulle comunicazioni. La cosa si presta a diverse considerazioni e ad
una proposta.
Non sappiamo, ovviamente, se la quantificazione di pubblicità in eccesso
calcolata dall'authority sia giusta o se viceversa lo siano le obiezioni
subito sollevate dai due soggetti multati. Una cosa, però, è certa:
esiste una normativa del Consiglio d'Europa su questa materia, nata
per evitare asimmetrie tra i diversi paesi continentali, che va rispettata.
Chi ha sgarrato è giusto che paghi, bene ha fatto l'autorità a procedere.
Meglio, però, avrebbe fatto se questa decisione fosse arrivata prima.
Intanto perchè l'istruttoria è durata anni, e non ce ne spieghiamo il
motivo. Ed è durata talmente tanto, che nel frattempo è cambiata la
legge nazionale che regola la questione: non c'è più la Maccanico, in
base alle cui regole è stata comminata la doppia multa, e c'è la Gasparri,
che attraverso il sistema Sic (tutti i tipi di pubblicità in un'unica
torta su cui si applica un limite del 20% per ciascun operatore) ha
fatto in modo che né Rai né Mediaset abbiano un tetto sforabile. Insomma,
se i parametri fossero quelli attuali non sarebbero multabili (e molto
probabilmente sarà su questa base che il "duopolio" ricorrerà al Tar,
oltre che cercando di dimostrare che lo sforamento del tetto degli spot
deriva da una crescita fisiologica della dimensione delle aziende).
Se poi a questo si aggiunge che la decisione dell'authority è arrivata
a poche ore dalla scadenza del mandato del presidente Enzo Cheli - il
che, ci sia consentito caro professore, non è il massimo dello stile
- si capisce come la sentenza possa essere definita nello stesso tempo
"giusta", ma anche "tardiva" e "parziale". Insomma, per dirla brutalmente,
troppo poco e troppo tardi. Meglio, molto meglio, sarebbe stato agire
quando era in vigore la Maccanico - visto che le rilevazioni a quegli
anni fanno riferimento - in modo che negli ultimi tempi ci sarebbe stato
modo di utilizzare i rinvii che la legge Gasparri fa all'autorità presieduta
da Cheli per entrare nel merito del "sic" ed evitare che possa definitivamente
congelare l'attuale forte squilibrio di risorse pubblicitarie tra televisioni
e mondo della carta stampata. Cheli aveva sette anni davanti a sè da
quando si è insediato nel 1998, che senso ha aver aspettato le ultime
36 ore avendone a disposizione oltre 61 mila? E, parimenti, perchè il
governo ha atteso che si arrivasse alla scadenza (la mezzanotte di ieri)
per affrontare la questione della successione di Cheli? Il ministro
Gasparri ieri ha invitato l'opposizione ad essere costruttiva e a condividere,
nelle commissioni competenti, un nome: non era meglio farlo prima questo
lodevole tentativo, in modo che ad un suo eventuale fallimento (chi
di bipolarismo ferisce di bipolarismo perisce....) l'esecutivo potesse
rispondere con una decisione tempestiva?
In tutti i casi, le multe sono state comminate, e al netto del Tar e
dei suoi tempi - anche qui decidiamoci: o le sentenze delle varie autorità
sono inappellabili oppure è inutile avere un sistema di authority -
il governo si ritroverà 65 milioni in cassa. Certo, andranno come è
normale che sia nella fiscalità generale, ma è pur vero che vista la
provenienza di quel denaro, sarebbe saggio utilizzare una cifra corrispondente
per finanziare la legge sull'editoria che langue in parlamento. Proprio
due giorni fa il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Paolo
Bonaiuti affermava di essere alla "ricerca" di fondi per la carta stampata,
sotto forma di crediti d'imposta per gli investimenti tecnologici. Forse
non c'è più bisogno di stressare il povero ministro Siniscalco: i soldi
- per la legge del contrappasso - li fornisce la televisione. Come è
giusto che sia.
11 marzo 2005

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