Quando manca la competitività, gli stimoli ai consumi servono solo a peggiorare la bilancia commerciale
di Roberto Fini

Chi mai può dirsi contrario alle riforme? Nessuno: non troverete nessuno che non si dichiari riformista; anzi nel nostro bipolarismo zoppo, centro-destra e centro-sinistra litigano per rivendicare ciascuno a se stesso il monopolio del riformismo. Certamente ognuno è disposto a sottoscrivere un'affermazione di assoluto buon senso: ci sono riforme buone e riforme cattive; la qual cosa è senza dubbio vera, ma non ci fa fare alcun passo avanti: chi volete che riconosca di aver fatto riforme cattive?

Giacomo Vaciago, in un articolo sul Sole24ore di domenica 6 febbraio ci ricordava che, al di là del contenuto di merito, le riforme, tutte le riforme, hanno un prezzo perché generano inizialmente incertezze e dubbi; questo dovrebbe consigliare molta prudenza ed attenzione, scegliendo quali sono le opzioni più urgenti. Se poi, come accade da anni in Italia (non solo con l'attuale governo) le riforme vengono annunciate con grande pompa senza che a questo seguano i fatti, allora il disorientamento è totale.

Di quali riforme ha oggi bisogno il paese? Lungi da me l'idea di candidarmi a consigliere del principe (il quale come è noto sa benissimo sbagliare da solo), ma se posso esprimere un'opinione le uniche riforme necessarie sono quelle in grado di agire positivamente sulla produttività. Mi rendo conto che anche questa affermazione sa di scontato: già, la produttività. Ma come si fa a farla crescere? Domanda naturalmente lecita e sensata, e però - a dimostrazione che in genere il diavolo si nasconde nei particolari - occorre fare chiarezza su questo punto prima di rispondere.

La recente riduzione fiscale di cui è autore il governo offre l'occasione per chiarire qualche aspetto. L'idea di fondo del governo è semplice e trova nell'armamentario teorico keynesiano solidi appigli: per far ripartire l'economia occorre che riparta la domanda globale, ma la domanda globale riparte se i consumatori possono disporre di un reddito aggiuntivo rispetto al passato. Niente da eccepire: non fosse sufficiente l'esperienza quotidiana, qualunque manuale di economia confermerebbe questa tesi; dopotutto è una ricetta che ha funzionato per far uscire il mondo dalla depressione degli anni trenta, perché non dovrebbe funzionare in una situazione molto meno drammatica come quella attuale?

Di keynesismo ne esistono varie versioni, alcune nobili ed altre volgarmente semplicistiche: in genere le prime vengono lasciate agli specialisti, mentre le seconde entrano nel bagaglio propagandistico della politica. L'affermazione appena fatta appartiene senza alcun dubbio alla seconda categoria; non perché non sia vera, ma perché troppo generica e priva di quelle qualificazioni che sono necessarie quando si trattano argomenti così cruciali.

L'idea del governo è: aumentiamo il reddito disponibile degli italiani, questi aumenteranno la domanda di beni, il che innescherà una crescita degli investimenti e, per questa via, si genererà non soltanto un maggior benessere, ma anche un tendenziale aumento della produttività. Ora, se il sistema fosse "chiuso", privo di quei rapporti economici con il resto del mondo che costituiscono la regola dell'economia globale, allora il ragionamento sarebbe corretto; ma parlare di economia globalizzata, in particolare per quel che riguarda l'Italia, vuol dire rendersi conto che un eventuale aumento del reddito che provochi un aumento della domanda di beni rischia di favorire principalmente l'estero, facendo aumentare le nostre importazioni.

Già, perché storicamente in Italia si è assistito ad un andamento parallelo dei consumi e delle importazioni: questa è pressoché una costante del nostro paese e non c'è alcuna ragione di dubitare che non sia così anche in futuro. Se a questo si aggiunge la diminuzione del nostro export dovuta alla concorrenza internazionale, e dunque al peggioramento della nostra bilancia commerciale, allora si capisce come una robusta dose di pessimismo è più giustificata dell'ottimismo facile di cui sono infarcite le dichiarazioni ufficiali.

Ora la strada maestra è quella di riforme (sì, perché il fatto che tutti ne parlano non vuol dire che devono diventare un tabù), che riescano ad invertire la tendenza al peggioramento del gap di produttività tra l'Italia e le altre economie: è a partire dall'aumento di produttività innescato da riforme serie che si può sperare di rimettere in piedi un economia ed un paese che sta rischiando grosso. Sembra una ricetta semplice, ma dubito che un governo, qualsiasi governo, sia in grado di metterla in pratica.

17 Febbraio 2005