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Nel Paese si ottiene consenso persuadendo il Sud, ma si governa solo dopo aver conquistato il Nordest di Antonio Gesualdi
Continuiamo, in modo estenuante, ad usare i vecchi arnesi ideologici dell'Ottocento, anzi della Rivoluzione francese, e anche dei vecchi regimi, eppure siamo nel Terzo Millennio.
Dopo il congresso Ds si sono sprecati i commenti, le analisi, gli interventi autoptici sulle parole di Fassino e altri leader.
Vanno a destra? Vanno a sinistra? Sono ancora massimalisti, saranno riformisti?
Parliamo, allora, di pura politica.
Durante la Prima Repubblica il Partito comunista, al quale erano iscritti sia D'Alema, che Fassino, che Mussi, che Folena, che Cofferati, che... prendeva il consenso (ma non governava mai per via del "fattore K") nel Centro Italia. Lì troviamo l'infrastruttura famigliare che permetteva l'esistenza di quel partito - diverso da tutti i partiti comunisti europei occidentali - perché quella infrastruttura sprigiona l'idea di uguaglianza.
Dal 1953 al 1992 i dati elettorali - e non le opinioni - ci dicono questo e ci dicono anche che il Pci abbandona - sì, abbandona - tutta la Sicilia e dimezza la propria presenza al Sud. Il Sud dei cafoni, dei braccianti, della povera gente costretta ad emigrare.
Non solo: il Partito comunista, in quegli anni, refluisce anche dalle province del Nordest; tra le elezioni del 1976 e 1992 il Pci abbandona anche il Nordovest. Quando diciamo "abbandona", intendiamo che non è più votato, non che la classe dirigente decide.
Dunque per quasi un secolo il Pci è sempre stato lì; in Centro Italia. E lì il Pci è massimalista perché trova un'infrastruttura che alcuni hanno chiamato "subcultura rossa", altri "famiglia comunitaria", altri "mezzadria".
Negli stessi anni il Partito socialista va in direzione opposta dal Partito comunista. Nel 1953 sono soprattutto socialiste le regioni del Centro e del Nordovest. La sinistra italiana fa "Fronte" unico e - tranne Reggio Calabria - i socialisti quasi non esistono nel resto del Paese: prenderanno al Sud e nel Nordest una media sotto il 2,2%. Insomma nel primo dopoguerra Partito comunista e Partito socialista sono nella stessa infrastruttura di riferimento: il Centro Italia.
Nel 1976 ritroveremo i socialisti espulsi dal Centro Italia e concentrati in Piemonte, Lombardia, Liguria e Friuli. Ma pure forti in Basilicata e Calabria e tanti socialisti anche tra Agrigento e Trapani. I socialisti italiani, insomma, in quei venti anni, hanno abbandonato il socialismo reale e si sono appoggiati all'infrastruttura più liberale del nostro Paese: quella del Nordovest e del Sud. Il socialismo liberale non è riconosciuto dall'elettore del Centro Italia. Nel 1992 il Partito socialista, diventato nel frattempo il partito di Bettino Craxi, è tutto spostato nella infrastruttura liberale; quella della famiglia nucleare italiana, per intenderci, quella che sprigiona soprattutto il valore di libertà.
Resta il consenso in Piemonte e parte della Lombardia, ma il voto importante, oltre il 15,6%, viene tutto dal Sud.
Il Centro Italia, praticamente, fino al 1992 aveva spinto fuori dalla propria infrastruttura di riferimento il socialismo. Il partito di Craxi era diventato il partito di sinistra di riferimento dell'infrastruttura liberale/nucleare dell'Italia, e soprattutto di quella meridionale.
Se una regola c'è, nel nostro Paese, è che si ottiene consenso persuadendo il Sud, ma si governa solo dopo aver conquistato anche il Nordest. Retrogusto: chi vince al Sud deve liberalizzare fortemente le proprie strutture organizzative e ideologiche e per questo rischia la dissoluzione. Si veda, per conferma, la Dc e il Psi dopo il 1992.
Questi sono i fatti.
Il commento ora, viene da sè. L'Italia può avere un grande partito social-liberale (col trattino!), non di famiglia socialdemocratica, nè tantomeno, laburista. Il nostro socialismo può essere, al massimo, simile a quello spagnolo ma facendo tanta attenzione alla deriva anarchica.
La via ad un socialismo italiano, quindi, è quella tracciata da Craxi, ma con in più la consapevolezza che l'organizzazione del partito nel Sud Italia deve essere coordinata con quella del Nordovest. Cosa che, evidentemente, a quella classe dirigente, è sfuggita.
Quanto agli eredi del Pci, avranno molto consenso nella propria infrastruttura di riferimento, ma non basterà, come non è mai bastato, per governare il Paese. Se accade come il Pci: un'estensione verso il Sud Italia o il Nordovest o spingerà verso l'abbandono dei riferimenti ideologici espressi nella grande famiglia dell'egualitarista/comunitaria oppure assisteremo al refluire, dopo periodiche espansioni, verso il cuore di quel sistema.
Insomma il problema non sono i Fassino, i D'Alema, i Bertinotti, i Rutelli, i Prodi, ma i nostri concittadini che votano. Si tratta di milioni di persone, non di qualche autorevole dirigente.
E il voto - lo dimostrano le ultimissime ricerche di politologi francesi sul caso Le Pen - non ha niente a che fare con le ideologie, i programmi, le apparizioni in televisione.
Il voto è la risultante di una rete di relazioni quotidiane, di passa-parola, e di valori interiorizzati. Dunque, se un problema politico c'è, a sinistra come a destra, è di rendersi conto, finalmente, delle fratture geografiche che il nostro Paese (come gli altri) esprime e fare uno sforzo di consapevolezza, armonizzazione e ricomposizione.
Le ideologie, per favore, buttiamole alle ortiche!
15 febbraio 2005

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