Se le parole dette al congresso dei DS hanno un senso, il prossimo passo deve essere il Partito Liberalsocialista
di Andrea Pinto, Il Riformista, 8 febbraio 2005

Misurarsi compiutamente con la tradizione del socialismo riformista italiano. Come aveva sollecitato Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera in apertura del congresso ed ha ribadito Stefano Folli ieri,sempre sul Corriere, commentandone l'esito, era questa la sfida che il congresso dei Ds era chiamato a raccogliere se intendeva dare una svolta alla sua precaria identità e dare finalmente un nome alla "cosa" creando le condizioni per un autentico partito riformista che sia qualcosa di più e di meglio definito di quell'autentico ircorcevo della Fed.

Del resto già Giuliano Amato in una bella intervista al quotidiano La Repubblica di qualche tempo fa aveva ricordato un po' a tutti nel centrosinistra che la storia non va in prescrizione e che i conti con il passato - anche quello recente, aggiungiamo noi - se non si fanno al momento giusto inevitabilmente ritornano. E a sinistra la mancata sutura della scissione di Livorno è uno di quei conti sospesi che pesano sul "saldo elettorale" dell'Ulivo incapace perciò stesso di darsi un convinto e solido profilo riformista, sospeso com'è tra una "cultura geneticamente oppositiva" tipica della sinistra più radicale di derivazione comunista e le suggestioni "personaliste" di quanti in nome del presunto tramonto delle tradizionali culture politiche agitano il miraggio di un' indistinta nuova aggregazione di chiaro stampo "tecnocratico". Una difficoltà che unita all'assurda pretesa dei Ds di risolvere per "partenogenesi" l'irrisolta questione socialista impedisce al centrosinistra italiano di trovare un proprio ubi consistam. Il tutto per l'ostinato tentativo di forzare "artificiosamente" attraverso il maggioritario processi politici affatto maturi nelle coscienze individuali e collettive di quanti hanno una qualche difficoltà a riconoscersi,ad esempio, nella storia di un partito come i Ds che nello sforzo di "ricostruire" il proprio albero genealogico, individua il capostipite ma non i discendenti più prossimi. Un atteggiamento rivelatore di un retaggio politico "originario" duro a morire e che spiega più di tante parole perché il riconoscimento, sul piano storico, della vittoria del socialismo democratico sul comunismo si ferma a Livorno anziché arrivare al Midas e fare i conti con la migliore stagione del socialismo italiano. Annotava Nenni nel suo diario dell'11 aprile 1946 in occasione del 24° Congresso del Psi rispondendo già allora alle sollecitazioni di quanti propugnavano la fusione con i comunisti : " Del partito dei lavoratori ho detto che può sorgere soltanto dalla volontà delle masse, quando l'esperienza abbia dimostrato che socialisti e comunisti vogliono le stesse cose e le vogliono con lo stesso spirito." Da allora tanta acqua è passata sotto i ponti e pur nel diverso contesto storico nel quale si collocava la riflessione di Nenni essa certamente riflette e sintetizza ancora oggi, nella sua essenza, i termini del controverso ed irrisolto rapporto tra socialisti e post-comunisti nonostante la distruzione del Psi ma non dei socialisti evidentemente. Infatti negli ultimi venti anni tutto si può dire tranne che socialisti e comunisti (ex o post che siano) hanno voluto le stesse cose.

Troppo diverse furono le scelte politiche e di governo rispetto alle quali i comunisti, come riconosce Umberto Ranieri sull'ultimo numero della rivista Italianieuropei, si limitarono ad opporre un "antiriformismo scolastico e anchilosato". Da questo punto di vista le recenti prese di posizione sul superamento dell'esperienza socialdemocratica - intesa come esperienza superata perché in gran parte realizzata (Dahrendorf, Salvati) - se colgono in positivo l'esigenza di ridefinire il perimetro di una "new left" presentano il grave limite di glissare sull'impulso riformista svolto dal socialismo democratico italiano dal primo centro sinistra al primo governo Craxi. Una "disattenzione" nella quale è incorso lo stesso Fassino nella sua relazione di apertura peraltro così prodiga di riconoscimenti sulle conquiste e realizzazioni delle socialdemocrazie europee. Ora sarà pur vero come ha notato con acutezza Massimo L. Salvadori che ciò è dipeso dall'esigenza di non essere sopraffatti dall'esperienza craxiana; ma è altrettanto vero che essa risente di un approccio unilaterale e dell'assenza, nell'ultimo decennio,di una visibile "mediazione politica e culturale socialista" che accompagnasse l'emancipazione dei post comunisti. Un revisionismo, quello socialista degli anni ottanta, che ha avuto il merito di impostare, con grande lungimiranza, l'agenda di un moderno partito liberalsocialista ponendo al primo punto, con la conferenza di Rimini, la ridefinizione di un "nuovo Stato sociale" che si facesse carico dei nuovi bisogni ma che al contempo valorizzasse i meriti. Un compito affatto semplice che implica il recupero di una corretta cultura della solidarietà collettiva dalle deformazioni assistenzialistiche che ne hanno minato il fondamento "etico". Come ricordò con mirabile sintesi giornalistica Mario Monti nel lontano 1993 ("Tra efficienza e solidarietà", Corriere della Sera del 3 settembre 1993) la sfida che ha di fronte a sé il centrosinistra sta nella capacità di coniugare "efficienza e solidarieta'" nella consapevolezza che le politiche economiche e sociali del XXI secolo dovranno farsi "non contro ma con il mercato" (G. Amato "Il malato socialista"; Mondoperaio n.3/1995). Questa fu del resto la sfida che, tra incomprensioni ed errori, lanciò il primo Governo Amato ( ossia il secondo governo a guida socialista) nella consapevolezza che una politica di rientro del debito pubblico implicava, necessariamente, la ritirata dello Stato entro confini economicamente "strategici" unitamente al self restraint del concetto di interesse pubblico dopo che le scorrerie panpubblicistiche dell'ultimo trentennio del novecento ne avevano alterato e dilatato natura e funzione in una moderna economia di mercato. Interesse pubblico che andava ricondotto nel suo naturale alveo di "equilibrio generale dell'economia" creando le premesse, in una visione necessariamente dialettica del rapporto capitalismo/democrazia, per un mercato più libero e più regolato. Da questo punto di vista la feconda stagione delle Authorities, che ha sancito il passaggio dal positive State al regulatory State, è stata,ad esempio, la risposta coerente sul piano istituzionale al bisogno di garantire libertà ed equità tipico di una sinistra liberale. Se ciò è vero allora lo straordinario bisogno di "identità politica" che si avverte in settori sempre più ampi dell'opinione pubblica stanca del vuoto pneumatico di un bipolarismo imperfetto e precario che ha determinato una preoccupante caduta di partecipazione politica pone il problema di un soggetto politico in grado di interpretare e tradurre queste aspirazioni in concreti atti di governo. Da questo punto di vista anziché attardarsi in operazioni di marketing politico di corto respiro occorre aver il coraggio e la consapevolezza di riconoscere che la "sutura" delle divisioni del passato può avvenire solo attraverso una piena e convinta adesione alla tradizione liberalsocialista che , nei suoi assunti fondamentali, conserva ancora una straordinaria modernità. Il "socialismo è liberalismo in azione" ricordava Carlo Rosselli sottolineando l'intima connessione tra la forza ideale ispiratrice del liberalismo e la forza pratica realizzatrice del socialismo. E proprio nella capacità di portare a nuova sintesi le culture politiche che hanno informato, rispettivamente, il XIX° ed il XX° secolo adattandole - con virile relativismo direbbe Rosselli - ai nuovi problemi che una società globalizzata pone è la sfida che attende i riformisti del terzo millennio ma è anche il portato più vivo dell'eredità socialista che consiste ,ancora oggi, nel farsi carico delle "nuove disuguaglianze" o , per dirla con il lessico sobrio ed essenziale di Dahrendorf, nel cercare di "portare benefici al maggior numero di persone".

Saranno gli atti politici che seguiranno da qui al 2006 a confermare se la prudente e sommessa citazione di Craxi da parte di Fassino "in zona Cesarini" sia stata l'ennesima "captatio" a beneficio di quei socialisti confluiti nei Ds ma finora considerati - essi sì - "figli di un dio minore" ovvero se le sue parole sono l'inizio di una nuova stagione politica destinata a scomporre e ricomporre il sistema politico verso assetti meno "anomali". Si tratta di un progetto avvincente ma nient'affatto scontato per il gruppo dirigente diessino fin troppo consapevole che accenti troppo convinti e convincenti , sul piano storico-politico, nei confronti del socialismo riformista italiano e del suo più autentico e moderno interprete significherebbe,un minuto dopo, negare ,in un certo senso, se stessi.

Però se le parole hanno un senso e il congresso appena conclusosi rappresenta la tappa intermedia verso il partito riformista allora occorrerà quanto prima avviare un tavolo "costituente" con coloro i quali hanno, con coerenza, rappresentato in Italia la tradizione del socialismo riformista affinché si realizzi quella "osmosi" politico-programmatica ed organigrammatica che dovrà trovare la sua sintesi necessaria in un "nuovo contenitore" che non potrà non essere (se nomina sunt consequentia rerum…) che un moderno Partito liberalsocialista (adottando conseguentemente e coerentemente l'acronimo PSLI - Partito Socialista Liberale Italiano ) che rappresenta il naturale approdo di una matura sinistra di governo definitivamente emancipata dall' "utopia capovolta".

8 febbraio 2005