Si è celebrato un coraggioso strappo riformista,
ma il lavoro sulle ricette deve ancora cominciare
di Giuliano Gennaio, 8 febbraio

Dai commenti di Massimo D'Alema, Walter Veltroni e Piero Fassino sembra che quello di Roma sia stato l'ultimo congresso Ds. Una manifestazione più che un congresso: autocelebrativa, piena di abbracci e di aperture, verso il partito unico. Verso la Federazione. E poi via verso la Gad - Grande Alleanza Democratica. E mai dirigenti politici sono sembrati tanto felici quanto quelli dei Ds di legittimare l'autoestinzione, a detta di Francesco Cundari sul Riformista. L'ultima volta per una classe dirigente ex comunista di reinventare se stessa. E che coraggio nel portare nei contenuti le loro sfide. Sin dal convegno sul Welfare e dall'incontro su scuola, università e ricerca che hanno preceduto il congresso si è potuto toccare con mano il coraggio nell'operare lo "strappo riformista più forte che mai si siano concessi i post-comunisti" come dice in un commento il direttore del Riformista.

La scelta verso la tradizione socialdemocratica di stampo europeo è netta. Un partito che ha capito di non odiare il mercato, ma che pensi a chi nel mercato non si sa ambientare. Un partito che pensa non più all'individuo da preservare dalla culla alla bara, ma pensa a garantire quella uguaglianza delle opportunità per poter emergere in maniera meritocratica e nel bene della collettività. Un partito di stampo occidentale, ma che dialoga con il mondo. Un partito a cui il capitalismo piace, soprattutto quando possa essere usato per governare in modo che non solo i ricchi vivano meglio. Un partito normale insomma, riformista. Come dice Polito, "la Fed (e i Ds) sembrano aver capito che non basta dire no; ma non basta nemmeno dire sì, bisogna cominciare a dire come."

Ma la base seguirà? Come scrive Paolo Bonari su Media Quotidiano, nonostante il coraggio, quello dei Ds è il congresso dell' "Italia che saremo" e non dell'Italia che siamo. Troppi i balzi in avanti di questa purificazione diessina, svolte nella svolta: dalla Bolognina a Pesaro passando per Torino: e oggi, dopo Roma, non sono più comunisti, non sono più social- liberali, non sono più un "partito contro" ma un "partito per". Li apprezziamo per questo. Una forza come i Ds o è riformista o non è in grado di influire sulle politiche di governo di questo paese. Un riformismo che sappia competere nel mercato delle idee, che sappia posizionarsi nel solco del riformismo socialista, che in paese normale si dovrebbe contrapporre ad un riformismo liberale poco presente nell'attuale schieramento di centro-destra. Come dice Massimo Franco sul Corriere, un riformismo "tricolore", magari sul modello della socialdemocrazia scandinava, dove decisivo è tanto l'intervento pubblico quanto la gestione del mercato. E Piero Ostellino commenta: "Forza Fassino, anche questa è fatta".

8 febbraio 2005