Società Aperta ha raccolto consensi qualificati,
ma ora è necessario ottenere risposte politiche
di Donato Speroni

La manifestazione di Società Aperta è stata un successo, non solo per l'afflusso di pubblico superiore alle previsioni, ma soprattutto per i consensi espressi da parte dei partecipanti al dibattito, pur nella logica distinzione dei ruoli e delle idee. Questo successo pone però ora l'interrogativo sul "che fare".

Il problema non riguarda tanto l'Associazione, quanto i suoi interlocutori. La strada per Società Aperta era già stata tracciata fin dal convegno di dicembre: attrezzarsi per una battaglia lunga, che forse darà i suoi frutti soltanto dopo le elezioni del 2006, quando con ogni probabilità i due attuali schieramenti arriveranno al collasso riaprendo tutti i giochi. E nel frattempo fare cultura politica, stimolando la riflessione, il dibattito, l'incontro tra interlocutori appartenenti a diversi gruppi e con diversi ruoli, ma ugualmente convinti che con questo sistema politico è impossibile fermare il declino del Paese. Quella diagnosi, appunto, che ha portato alla manifestazione del 2 febbraio. Cominciamo a porre qualche domanda, senza pretesa di essere esaustivi, ma per cercare di aprire un confronto.

Più stato e più mercato. I partiti si stanno posizionando in vista delle prossime tornate elettorali con convegni programmatici, congressi e direttivi nazionali. I temi della competitività sembrano però avere scarso spazio nelle loro prese di posizione. A parole tutti vogliono fermare il declino, ma emergono ben poche proposte concrete sia per definire ciò che lo Stato deve fare, sia per proporre iniziative al fine di smantellare le residue bardature corporative. La polemica sui ruoli di Marzano e Siniscalco prevale sul dibattito sui contenuti, come se la politica industriale si potesse ridurre a un teatrino.

Cambiare strada sul federalismo. Forse l'imbarazzo sui contenuti di politica economica si spiega anche con la consapevolezza della grave crisi di efficienza in cui versa lo Stato, esposta con chiarezza nella relazione introduttiva alla manifestazione: già oggi, l'amministrazione centrale è priva di poteri in settori importanti come il turismo, e non ha quasi più capacità d'investimento, a seguito del trasferimento di competenze attuato verso le regioni e gli enti locali. Nel dibattito del 2 la convergenze su questo punto è stata generale, tanto da indurre Francesco Rutelli a sottolineare questo dato politico proponendo di trarne le conseguenze. Anche qui, però, resta da verificare chi è disposto a porsi coraggiosamente sulla strada di smontare il federalismo, riconoscendo che sia la riforma del Titolo quinto della Costituzione realizzata dall'Ulivo nella speranza di depotenziare la Lega, sia la devolution imposta all'attuale governo dalla stessa Lega sono in realtà delle solenni sciocchezze.

Gli Stati Uniti d'Europa. In Europa qualche cosa si sta muovendo, come dimostra il programma di Barroso per la revisione degli obiettivi di Lisbona. Mentre l'Europa a 25 si muove necessariamente con grande lentezza, un nucleo di paesi forti cerca convergenze, con la sponda della nuova Commissione. Se questa manovra avrà successo, avremo di fatto un'Europa a due velocità, con un blocco centrale che condizionerà l'intera politica della Ue, dalle modalità di verifica del patto di stabilità alla selezione delle imprese in grado di presentarsi sul mercato come supercampioni europei. Di fronte a questa situazione l'Italia ha una duplice possibilità: da un lato riuscire a posizionarsi nel nucleo più veloce, ma dall'altra spingere anche per controbilanciare con istituzioni politiche più forti il superpotere degli altri grandi stati, a cominciare da Francia e Germania. Ma di Europa si parla pochissimo, in questo momento, perché anche questo tema è trasversale agli attuali schieramenti.

Questi sono gli argomenti che richiedono attenzione, a mio avviso, non soltanto con dotti articoli di economisti, ma con iniziative politiche che dimostrino consapevolezza. Speriamo solo che il clima elettorale non cancelli qualsiasi possibilità di esprimere idee nuove in politica, nonostante la buona volontà di singoli interlocutori.

7 febbraio 2005