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Ma ve la immaginate un'Italia con venti diverse politiche industriali?
di Cosimo Dimastrogiovanni
Gli accenti fortemente critici (già segnalati su questo sito) sull'eccesso di spesa degli enti locali, contenuti nella relazione del Procuratore generale della Corte dei Conti Vincenzo Apicella all'udienza del 18 gennaio, uniti all'aumento esponenziale del contenzioso Stato-Regioni innanzi alla Corte dei Conti, tanto da indurre il ministro La Loggia a predisporre in questi giorni un piano per poterlo in qualche modo ridurre (attraverso una sorta di procedura di conciliazione), dimostrano che l'idea di federalismo concepita in Italia, soprattutto per le pressioni della Lega, è un modello non soltanto eccessivamente dispendioso ma anche ampiamente superato dalle condizioni storiche per evidenti motivi che proverò a riassumere.
Fin dall'inizio dello Stato moderno siamo stati abituati ad attribuire allo stesso la funzione di unificazione della Polis intorno all'unità di popolo, territorio, ordinamento e mercato. Oggi però nei processi di globalizzazione in corso, come sottolineato da autorevoli osservatori, le "aree" che sono tra loro in competizione risultano sempre meno caratterizzate dalla contiguità territoriale e quindi dai sistemi nazionali. La cosiddetta competizione-relazione si basa invece sempre di più sulla "contiguità funzionale".
Per fare un esempio: l'area del potere finanziario si sviluppa fra Londra, New York, Tokio e Francoforte, quella della moda fra Parigi e Milano.
In questo contesto un federalismo solamente nazionale nei suoi riferimenti politici, inteso solo come problema di autonomie territoriali, non potrà mai avere coerenza politica e quindi successo. Sarebbe anzi controproducente perchè renderebbe molto più complicato alle "autonomie funzionali" di svolgere il loro compito.
Se la dimensione politica unitaria dunque è saltata a livello nazionale, non può certamente essere recuperata da ipotetici staterelli regionali vecchia maniera. Facciamo ancora un esempio: un' articolazione del principio di sussidiarità, di cui si parla molto in questo periodo, in materia di politica industriale non è più pensabile in termini di mero decentramento regionale, con la conseguente creazione in Italia di venti politiche industriali.
Deve essere invece chiaro che nel momento in cui per certe funzioni, (la politica industriale è una di quelle) noi costruiamo una politica europea, il problema prioritario è di come difenderla rispetto alle politiche globali (penso al Wto), non in che misura farla gestire dagli stati regionali.
Ecco allora che il federalismo vero, intorno al quale dobbiamo lavorare, è quello che fa riferimento al processo di integrazione europea, nel quale entità sovrane cedono parte della loro sovranità ad un' entità superiore che acquisisce potere di coordinamento, di intervento, di regolazione delle attività, un processo cioè che parte dal basso e sale verso l'alto.
Il nostro vero problema allora è come continuare a stare in Europa uniti culturalmente e politicamente per contare di più, in un'Europa con il baricentro sempre più spostato verso il Nord Est del Continente, avendo tuttavia la consapevolezza che in questo processo di integrazione, lento ma continuo, noi non siamo meri terminali o semplici ricettori ma protagonisti effettivi.
E' in questa prospettiva che va aggiornata l'agenda politica italiana, perché la vera sfida su cui confrontarsi non è un modello di federalismo riveniente da una moltiplicazione di sub federalismi nazionali ma un progetto di più ampio respiro che non può che guardare alla costruzione degli Stati Uniti d'Europa. Non istituzioni separate e poteri separati ma istituzioni separate che condividono i poteri e le responsabilità.
Si impone allora un nuovo imperativo nel dibattito politico in corso: come recuperare nel nostro paese una nuova statualità, un nuovo senso dello Stato.
Di uno Stato sicuramente più snello ed efficiente che sappia, secondo la sempre attuale lezione sturziana, decentrare, valorizzare le municipalità, i corpi intermedi, le peculiarità di ogni singola parte del territorio, le aspirazioni di ogni individuo ma che abbia anche la capacità di rendere effettivo il diritto dei suoi cittadini all'istruzione, alla salute (indipendentemente dal gettito fiscale del "quartiere" in cui si nasce) che perequi le disponibilità fiscali fra tutti i territori in modo che chi è più indietro, molto spesso non per proprie colpe, abbia risorse sufficienti per crescere e mettersi al passo degli altri.
Federalismo europeo e nuova statualità, su questi argomenti la classe politica italiana dovrebbe riflettere di più e meglio, perchè molto del nostro futuro dipenderà da questi due fattori.
L'idea assai semplice e banale che ogni spostamento di potere dal centro alla periferia sia sempre e comunque opportuno, che farsi tutto da sé (dalle scuole alla polizia), tenersi tutto il proprio gettito fiscale, disegnare diritti di cittadinanza differenti per regione, per città, per quartiere, sia il migliore dei mondi possibile, come recitano i cantori del federalismo in salsa padana, mi sembra un'idea sostanzialmente vecchia e superata ma soprattutto di corto respiro.
Come lo sono del resto tutti gli egoismi.
25 gennaio 2005

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