Sempre meno presenti nei salotti buoni internazionali, gli imprenditori italiani si interrogano sul da farsi
Cronache ipertestuali

Il Paese ha bisogno di una nuova classe dirigente, che sappia fermare il declino e riguadagnare all'Italia una credibilità internazionale. Un "partito della modenizzazione", che rimetta in gioco i ceti medi produttivi, può essere uno strumento utile per giungere a questo rinnovamento, a condizione che non ci si illuda di risolvere i nodi politici della Seconda Repubblica affidandosi a una soluzione tecnocratica, a un "governo dei professori" che sarebbe certamente votato all'insuccesso. Si può tentare di sintetizzare così il dibattito che si è aperto in questi giorni: un dibattito che va in parallelo con quello sulla debolezza dei riformisti, la cui voce flebile può essere anche causata da mancanza di radicamento sociale; un dibattito che ha trovato nuova linfa anche dalla celebrazione del secondo anniversario della scomparsa di Giovanni Agnelli.

Un'articolata analisi sulle diverse facce del progetto di un "partito della borghesia" e del gruppo di imprenditori che potrebbe diventare l'ossatura della nuova Italia industriale, è stato pubblicata da Stefano Cingolani su Il Riformista. Sul Foglio, Enrico Cisnetto ha messo in guardia sia contro gli eccessi di schematizzazione di un "partito della borghesia" sia contro l'illusione tecnocratica.

Che una soluzione sia comunque urgente è emerso con chiarezza anche dalla denuncia di Luca Cordero di Montezemolo sulla Stampa: la classe dirigente di oggi soffre di "mediocrità, conflittualità esasperata, visione limitata nell'affrontare i problemi". L'ennesimo sasso lanciato in piccionaia dal presidente della Confindustria non è piaciuto, c'era da aspettarselo, a Paolo del Debbio di Forza Italia, il quale sul Giornale ha rivendicato il ruolo internazionale recuperato da Silvio Berlusconi, e su questo si può discutere, ma anche posto una domanda legittima: la classe dirigente carente alla quale Montezemolo si riferisce è solo quella politica? Oppure è anche quella imprenditoriale? E allora perché la Confindustria stessa non si dà da fare per cambiare le cose? In realtà l'articolo di Montezemolo prendeva le mosse dal ruolo insostituibile di Agnelli: è chiaro quindi che non parlava soltanto dei politici, ma che voleva anche dare un segnale ai suoi stessi associati, come frequentemente ha fatto in questi mesi. Uno stimolo alla riflessione, più che una ricetta politica.

Questo ci sembra lo stato del dibattito a oggi, tra chi pensa che le soluzioni si possano trovare nell'ambito dell'attuale sistema e chi è sempre più tentato di cercare una soluzione politica "terza", tra chi sarebbe favorevole a delegare ad altri la rappresentanza dei ceti medi produttivi e chi invece è convinto che sia necessario "sporcarsi le mani" direttamente con la politica. Con una malinconica annotazione finale, dovuta alla penna di Oscar Giannino sul Riformista: tra i duemila partecipanti che compongono i 200 eventi del prossimo World Economic Forum di Davos, ci saranno solo tre italiani, i banchieri Matteo Arpe e Corrado Passera e il responsabile esteri di Sant'Egidio Andrea Giro. Ci sono, insomma, sempre meno italiani nella classe dirigente globale.