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Tante domande, poche risposte confortanti, ma bisogna continuare a lavorare sulle idee di Donato Speroni
Il discorso di Francesco Rutelli (poi parzialmente ritrattato) sulla impresentabilità di socialdemocrazia ed egualitarismo e la vittoria di Nichi Vendola in Puglia hanno aperto una sorta di sessione di autocoscienza tra i riformisti. Rinunciamo a segnalare articoli specifici, perché sarebbero tali e tanti da perdere il significato di una sintetica rassegna. Val la pena, invece, di registrare una serie di domande che emergono dal dibattito, magari con qualche tentativo di risposta.
- Perché i riformisti, nel complesso, fanno sistematicamente la figura dei vasi di coccio? Tentativo di risposta: perché il riformismo nostrano ha orrore dei toni troppo gridati, a differenza dei suoi avversari, e quindi parla con voce flebile in un dibattito sempre surriscaldato. Perché i suoi leader non riescono a esprimere una visione che appassioni la gente. Anche quando si pensa che hanno ragione, alla fine non la gente non si mobilita, a differenza di quello che fanno gli "altri".
- Se socialdemocrazia e egualitarismo sono concetti dignitosi ma storicamente superati, quali devono essere le nuove parole d'ordine dei riformisti? Tentativo di risposta: è difficile esprimere in slogan una ricetta politica che per sua natura rifugge dagli slogan. Gli stati moderni sono macchine complesse, il governo dell'economia e della società richiede un misto di interventi qualificati e di non - interventi per lasciar fare alle forze autonome della società civile e del mercato. Roba difficile da spiegare. E la cultura dell'informazione che prevale tende alla ipersemplificazione e quindi rende ancor più faticoso e infruttuoso lo sforzo di comunicare.
- In quale contesto politico i riformisti possono meglio esprimersi? Certamente non in questo, che rischia di privilegiare sempre e comunque le estreme: da una parte l'asse Berlusconi - Lega con i suoi slogan anticomunisti esasperati, dall'altra l'asse Prodi - Bertinotti con lo sforzo di mantenere per quanto possibile il consenso a sinistra, a costo di dire cose ambigue o non condivisibili sulla situazione internazionale, la globalizzazione, il ruolo del mercato. L'aspirazione a formare liste dei governatori indicava il desiderio di uscire dagli schemi del bipolarismo e di unire forze provenienti anche dall'altro campo. Comunque vada a finire la partita nella Casa delle Libertà, sono stati ribaditi rigidi paletti che di certo riducono la capacità dirompente del progetto. Insomma, questo sistema non favorisce la sedimentazione del consenso su un polo riformista.
E allora? Se i riformisti hanno difficoltà ad esprimere una linea politica che abbia appeal e a definire la casa comune in cui meglio esprimere le loro idee, va peraltro registrato che altrove il problema non è semmai quello dell'espressione ma delle idee. Il convegno della "sinistra radical" non ha dato - a quanto si è letto - un contributo significativo alla elaborazione di una nuova proposta di sinistra. E anche Vendola, per quanto il personaggio possa essere rispettabile per il suo sofferto vissuto personale e per la sua dedizione politica alla causa dei più deboli, tradisce nelle sue posizioni - sempre a quanto si legge - una diffidenza verso tutto quanto è moderno ed efficiente che ben difficilmente ne farebbe un bravo governatore. A destra, d'altra parte, idee ce ne sono pochine, al di là degli slogan sui tagli fiscali.
Ripetiamo: e allora? Non resta che continuare a lavorare sulle idee, con umiltà. Non tanto sui programmi: ce ne sono già di ottimi (si veda quello coordinato da Giuliano Amato per le elezioni europee) ma un programma che non viene assimilato dalla gente è solo un pezzo di carta. Le idee, dunque, da elaborare e spiegare con insistenza. E cercare, con pazienza, di costruire la casa per esprimerle al meglio.
18 gennaio 2005

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