Liberali, poli, terzismo: una lettera
di quattro esponenti della Federazione liberale
da LiberalCafè

Nel marasma di quel particolare maggioritario affermatosi nel Paese dopo il crollo dei partiti e la creazione dei due poli, la novità delle più recenti consultazioni elettorali è costituita dal primo riemergere delle appartenenze politiche ed ideologiche (socialisti di De Michelis, cattolici di Follini, comunisti dichiarati, fascisti della Mussolini, Verdi, nonché AN, etc) seppure sempre all'interno dei cartelli elettorali.

Sarebbe così fatto ben curioso se alla difficoltà della formazione dominante della destra, che cala al di sotto del 20%, e al tramonto delle liste nominative (Di Pietro, Ochetto, Pannella, Segni e Sgarbi), gli amici Zanone ed Altissimo si accingessero il primo a puntellare una Margherita ove, proprio ora, le contraddizioni esplodono sui temi etici e politici e l'altro una Forza Italia che fa sempre più fatica a governare, seppure disponendo della maggioranza più ampia mai ottenuta da un governo dall'Unità ad oggi e che, anzi, arrancando, proclama improbabili aspirazioni al 51% con minaccia di interruzione della legislatura.

Da parte di chi non ha rinunciato all'idea, che pur nel maggioritario e dunque nella necessità di coalizione, il filone culturale liberale debba avere una propria autonoma organizzazione politica e riconoscibilità distinta, si tratta di capire dai protagonisti i reali intendimenti al di là di pregiudizialismi e, dunque, poniamo alcuni quesiti.

Perché i liberali non devono avere un proprio partito? Nella fine del PLI c'è stato certamente un tratto comune a quello degli altri partiti: il tramonto dei tradizionali schieramenti del dopoguerra, l'attacco giudiziario alle figure di maggior spicco e conseguente vuoto di leadership, difficoltà economiche e così via.

Ma se, unica delle famiglie storiche, quella liberale sembrerebbe estinta in Parlamento una qualche ragione in più ci sarà pure!

Certo, la DC sarà anche perduta per sempre, ma mentre un tal Casini, entrando nel centro destra, trattava con Berlusconi, una quarantina di seggi per la componente cattolica, imitato dai suoi omologhi nel centro sinistra e, a loro volta, così facevano i repubblicani e gli stessi socialisti, è un fatto che l'ultimo segretario del PLI si recava ad Arcore ad assicurarsi il proprio seggio, con la condizione, condivisa da Biondi, che non dovesse formarsi alcun gruppo liberale in quel centro destra, poi compattamente confluito nel PPE.

A questo proposito la F.d.L. nel 1994, anche in un incontro a Milano, chiedeva per eventuali collaborazioni almeno la formazione di gruppi liberali autonomi alla Camera e al Senato, ma come confidava l'amico Taradash, allora deputato, per Berlusconi siffatto gruppo non era accettabile: "non vuole quello liberale" mentre per Casini "è un'altra cosa".

In ogni caso per chi, come noi della FdL, sin dal 1993/1994 - magari inseguiti per i Tribunali dall'allora ministro della Giustizia - ha mantenuto il simbolo autonomo, l'appartenenza a Liberal International e all'ELDR, e non ha condiviso l'anticomunismo sloganistico, il cesarismo mediatico e un vago populismo l'occasione era quasi storica : per la prima volta l'organizzazione ufficiale dei liberali si sarebbe collocata nel centro sinistra.

Significava questo che i liberali italiani diventavano post-comunisti o che, per esempio, avrebbero intrapreso la via dell'indulgenza per il terzomondismo ?

In una parola, collocati nella sinistra, i liberali si sarebbero acconciati diversi da se stessi? Ai tavoli programmatici del '96, la F.d.L. rimaneva riformista, dunque per la separazione dei poteri, per la scuola critica e per il metodo aconfessionale della ricerca; frattanto, nelle stanze chiuse, l'Ulivo confeziona le liste con altri criteri e si è percepito nei fatti che per la coalizione il primo problema era costituito dalla vecchia questione del "nessun nemico a sinistra" anche quando questo era fondamentalista ambientale, comunista dichiarato o rifondazionista; quanto al resto bastava qualche spruzzatura laica priva di storia e contenuto con ruoli asserviti al riflesso condizionato dell'Egemonia, dunque, figure ornamentali post politiche alla Maccanico o riedizioni alla indipendenti di sinistra (nella Cosa 2, do you remember?)

Il caso è di scuola e si protrarrà ininterrotto dal 1996 al 2001 fino alle prediche inutili di Sartori sullo sbilanciamento della coalizione a sinistra e il vuoto al centro.

Colpa della Federazione dei Liberali? Non sembra proprio, visto che la storia si è ripetuta con gli amici liberali nella Margherita: dopo i tentativi che durano ormai da tre anni è dato politico pacifico, infatti, che i liberali sono tenuti rigorosamente clandestini nei riscontri congressuali della Margherita, così come lo sono altrettanto rigorosamente nelle candidature, tutte bilanciate e ben proporzionate per cattolici, post-comunisti, rifondisti, comunisti, verdi, resistenti iracheni e girotondisti. Sul punto invece andrà pure chiarita una prospettiva e una metodologia di visibilità della componente liberale e ciò, cari amici che vi troverete a Bologna, deve trovare un segnale pubblico che viene dalla Margherita, non da quei liberali che si immolano prima.

Questo è il nodo ineludibile che alcuni di noi si erano permessi di proporre all'amico Valerio, perché chi desidera proporre la linea dell'opposizione liberale non può liquidare l'esperienza di questi anni come di semplici errori diplomatici e caratteriali della Federazione dei Liberali a fronte della purezza cristallina di Prodi prima e Rutelli poi nel confezionare le liste.

Fino a prova contraria non si parte da zero: a parte l'esperienza delle Europee del 1999 con il P.R.I., i liberali organizzati hanno inteso partecipare alle coalizioni nel centro-sinistra, e si è visto con quale difficoltà Prodi, Martinazzoli e lo stesso Rutelli, per non parlare dei DS, vedevano personalità marcatamente liberali nei comizi a fianco della sinistra radicale: su questo la irrinunciabile ed ingombrante presenza dei "cattolici" secondo la lezione Berlingueriana, bastava ed avanzava senza lasciare altri spazi.

Questo lo abbiamo imparato noi, l'ha imparato la Malfa che se ne è andato, lo stanno scontando i socialisti di Boselli e l'hanno già pagato gli altri laici sparsi di cui si sono perse le notizie. Ciò che non ci parrebbe condivisibile sarebbe una pregiudiziale negazione dell'esperienza politica di questi anni, che per taluni sembra risolta con l'accusa di indegnità della F.d.L. e i suoi esponenti, non abbastanza docili per un ULIVO (anzi FED, anzi GAD, anzi Alleanza, domani vedremo) tutto in fuga dal "centro", salvo qualche accomodante personaggio, privo di contenuti e sbiadito nella storia.

Si potrà anche non concordare con la nostra valutazione di quest'esperienza, ma non vorremmo che la si volesse ripetere da posizioni altrettanto sincere, ma rassegnatamente "diluite" e rese esperte dal chiaro messaggio di Rutelli alla riunione dell'Hotel Nazionale di tre anni fa. Sotto questo profilo non vorremmo che l'abbandono della Federazione dei Liberali costituisse il primo pegno sacrificale per il riconoscimento del "petalo" liberale, a questo punto meno indigesto per l'On. Parisi, cui magari basterà lo sganciamento a livello europeo di tutte le componenti della Margherita dall'ELDR per approdare a distinta formazione.

Crediamo dunque che l'associazione per l'opposizione liberale farebbe bene ad aprire un confronto interno alla Federazione dei Liberali di cui pure l'amico Valerio è il presidente.

Giammarco Brenelli
Riccardo Formica
Fabrizio Prosperi
Alessandro Dalla Via