Il governo snobba Confindustria e sindacati?
Le parti sociali devono dimostrare che sbaglia
di Enrico Cisnetto

Nè concertazione, nè dialogo: il governo ha deciso di fare a meno delle parti sociali. E anche se dopo mesi di blackout l'iniziativa congiunta Alemanno-Follini ha costretto palazzo Chigi a preannunciare la riapertura di un tavolo di confronto per l'inizio dell'anno nuovo, Berlusconi sembra aver scelto di saltare a piè pari i corpi intermedi, puntando dritto al referente finale, l'elettore, coerente con la strategia di aprire con largo anticipo sulle regionali e ancor più sulle politiche del 2006 la campagna elettorale. In ciò indotto anche dal fatto che ormai considera suoi nemici non solo tutti i sindacati - perdendosi così gli interlocutori disponibili verso il centro-destra che sono nella Uil e nella Cisl, e persino l'Ugl - ma pure la Confindustria, di cui patisce le critiche alla Finanziaria e gli allarmi sul declino.

A parte la leggerezza di una scelta che costringerà il Paese a non essere governato per diciotto mesi, sedendosi definitivamente inerte sulle proprie debolezze, stupisce che chi sta in cabina di comando non si renda conto degli effetti autolesionistici di un simile orientamento. Primo, perché anche le parti sociali fanno parte dell'elettorato, e in qualche misura lo orientano. Secondo, perché la tesi per cui i sindacati servono ormai soltanto a bloccare qualsiasi riforma e gli imprenditori pensano soltanto a spillare incentivi e per di più "remano contro" politicamente, non è invariabilmente vera. Lo dimostra il patto del 1993 che, almeno nella sua prima fase, contribuì non poco al contenimento dei salari e dell'inflazione, e dunque a tenere sotto controllo la finanza pubblica. D'altra parte, se fosse vero che il governo ha una linea di politica economica chiara e ferma, perché dovrebbe spaventare il dialogo? Perché lasciare alle parti sociali l'alibi della mancata consultazione? Perché offrire al sindacato la piazza e alle organizzazioni imprenditoriali l'aventino?

Ma se il dialogo latita, la colpa non è solo dei falchi (pochi) e degli ignavi (tanti) del governo. Sono mesi, per esempio, che su due scadenze importantissime come il rinnovo del contratto dei metalmeccanici e la riforma del modello di negoziazione, i sindacati evitano uno show down interno non più eludibile. Cgil, Cisl e Uil appaiono concordi nel contestare l'emarginazione - dimenticando, per la verità, che un po' se la sono cercata - ma gli insulti e gli attacchi verbali non servono più né a chi li fa né a chi li riceve. E' il momento di avanzare proposte concrete e sembra che qualcuno stia iniziando a capirlo: Epifani apre a Confindustria, Bombassei raccoglie l'invito e rilancia, Pezzotta si dimostra il più possibilista sulla costruzione di una "cabina di regia" sindacati-imprenditori che serva a dimostrare che "l'alleanza tra produttori" non solo può giocare un ruolo decisivo per il rilancio del Paese, ma che proprio loro sono diventati la parte più solida del "tavolo", mentre governo e opposizione pensano solo a spernacchiarsi in batti e ribatti tanto assordanti quanto stucchevoli. Ma tutto questo rischia di rimanere fine a se stesso se la "concertazione bilaterale" - quella in cui la politica è esclusa per definizione - non produce decisioni. Se il rinnovo del contratto dei metalmeccanici dovesse prendere tempi biblici come in passato perchè i duri e puri della Fiom (quelli che hanno addirittura tacciato Epifani di connivenza col nemico Montezemolo) hanno il sopravvento, e se la riforma delle regole di contrattazione dei rapporti di lavoro rimane lettera morta perchè la Cgil "non è pronta", allora il governo avrà ragione a sostenere che è un inutile rituale convocare le parti sociali al tavolo della politica economica.

Insomma, è venuto il tempo che i sindacati decidano di decidere, perchè la fiducia ostentata dai leader di Cgil-Cisl-Uil sulla neonata commissione che avrà il compito di formulare una proposta unitaria, appare francamente di maniera. E Confindustria, da parte sua, dovrà capire che la competitività va ben oltre il costo del lavoro, e che per qualche euro in più in busta paga non vale la pena di fare la guerra. Infine, entrambe le parti devono essere coscienti che ogni successo della "concertazione bilaterale" darà nuove prospettive di rilancio e toglierà argomenti a chi accusa gli attori sociali di essere soltanto dei rottami di un modello vecchio ed arrugginito. Avanzi, dunque, questa "grande alleanza" e si dimostri affidabile, che il Paese ha bisogno di essere governato. Altro che 18 mesi di campagna elettorale.

24 dicembre 2004