|
 |
Radici lontane, rami intrecciati
di Donato Speroni
Comunque finisca questa crisi di governo, una cosa
è certa: Silvio Berlusconi non stima i suoi alleati dell'Udc
e di An. D'altra parte i dirigenti dei due partiti che lo hanno costretto
alle dimissioni formali accetteranno (se accetteranno) di reimbarcarsi
in un nuovo governo solo per mancanza di alternative: la rottura dell'alleanza
ibrida che ha portato alla nascita della Casa delle libertà e
l'eventualità di un ricorso anticipato alle urne sono vissute
dai dirigenti dei due partiti come iatture da evitarsi per timore di
un disastro elettorale.
E' davvero così? Non c'è dubbio che i due partiti avrebbero
tutto da perdere se si presentassero alle prossime elezioni in ordine
sparso. Ma in prospettiva il centrodestra può rigenerarsi solo
con uno sdoppiamento in due assi, quello tra Forza Italia e Lega e quello
tra An e Udc, secondo linee di frattura che sono ormai evidenti a tutti.
Le ultime elezioni hanno dimostrato che esiste un elettorato che non
è più disposto a subire imposizioni dalle estreme: rifiuta
la candidatura del magistrato Felice Casson a Venezia, ma anche fa mancare,
in gran parte d'Italia, suffragi ai partiti che hanno votato la devolution,
indebolendoli proprio in quegli istituti regionali che apparentemente
la nuova riforma vorrebbe rafforzare. Un elettorato che non crede più
al mito pseudoliberista dello sviluppo attraverso l'abbassamento delle
tasse, ma chiede invece sicurezza e tutela, magari con più Stato
(De Rita).
Le analisi elettorali portano a dire che Forza Italia è in caduta
libera, ma che non tutti i voti del centrodestra sono disposti a trasferirsi
al centrosinistra (Pagnoncelli), almeno finché la sinistra verrà
fortemente condizionata dal duo Prodi - Bertinotti. E che l'Udc guadagnerebbe
voti se si presentasse da sola (Mannheimer), anche se i meccanismi elettorali
la penalizzerebbero nei seggi.
Esiste dunque un'area di centro contendibile (come ha ben compreso Francesco
Rutelli e la sua Margherita) e sarebbe strano che gli esponenti del
centro e della destra " sociale" incarnata da An non ci facciano
un pensierino, in vista di un sempre più necessario e richiesto
mutamento del sistema elettorale.
Come due alberi con radici lontane ma che si intrecciano nella foresta
della politica, l'Unione democratica di centro e Alleanza nazionale
hanno profonde differenze storiche ed ideologiche: basti pensare alla
loro provenienza, dalla Democrazia Cristiana la prima, dal Movimento
Sociale la seconda. La loro visione attuale ha però molti punti
di contatto: il legame con gli insegnamenti della Chiesa, l'attenzione
al Mezzogiorno, l'accento sulla socialità nelle scelte economiche,
la profonda diffidenza verso il federalismo bossiano. Anche il loro
modo di fare politica attraverso la forma partito, con un effettivo
radicamento sul territorio, si contrappone alle tecniche mediatiche
berlusconiane.
Insomma, ci sono tutte le premesse perché An e Udc intensifichino
il dialogo. Del resto qual è l'alternativa se non quella di continuare
a farsi oscurare dall'ombra (al tramonto) di Berlusconi? Una loro alleanza
avrebbe un forte radicamento nel Centrosud, dove certamente la presa
di distanza da Berlusconi e Bossi li avvantaggerebbe, ma potrebbe avere
anche proiezioni importanti oltre il Po, dove l'Asse del Nord comincia
a perdere colpi.
Quale potrebbe essere lo sbocco di tutto questo? Proviamo a fare un'ipotesi:
forze di centrosinistra e di centrodestra, libere dai condizionamenti
delle estreme, potrebbero trovare punti di contatto per una fase costituente
del paese. Una grande e contingente alleanza per far fronte al declino,
per poi dar vita a una vera alternanza, in sostituzione di questo bipolarismo
bastardo.
21 aprile 2005

|