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Meglio Cacciari a Venezia, per risolvere i dilemmi nazionali del centrosinistra
di Enrico
Cisnetto
Mario Monti o Fausto Bertinotti? Meglio Massimo Cacciari.
Dietro la disputa sul nome del prossimo ministro dell'Economia - forse
un tantino prematura e persino malaugurante per i recenti vincitori
delle Regionali - si nasconde il vero dilemma del centro-sinistra: riformista
o radicale?
Per questo, pur tifando ovviamente per l'ex commissario Ue, ho indicato
il nome dell'ex sindaco di Venezia - che speriamo torni ad esserlo domenica:
se io fossi un cittadino veneziano lo voterei, specie se al primo turno
avessi scelto centro-destra o mi fossi astenuto - in quanto oggi rappresenta
coloro che nell'Unione hanno deciso di andare fino in fondo, senza mediare
l'incomponibile. Perché è del tutto evidente, non solo
alla luce dell'esperienza della scorsa legislatura ma soprattutto di
fronte alla gravità delle scelte che il Paese deve fare in materia
di economia reale e di finanza pubblica, che la posizione liberale di
Monti non è per nulla compatibile con quella massimalista di
Bertinotti e dell'intera area radicale del centro-sinistra (correntone
Ds compreso, si veda il secco no al professore della Bocconi espresso
da Cesare Salvi). Ha un bel dire il mio amico Pierluigi Bersani che
"in corso d'opera si aggiusta tutto": è vero che con
questa legge elettorale per vincere occorre trasformare le coalizioni
in un'arca di Noè dove imbarcare gente di tutte le specie, ma
è dimostrato ormai statisticamente che dopo, al momento di governare,
se ne paga puntualmente il prezzo.
Tanto più questo rischia di accadere al centro-sinistra che,
senza ancora un programma, sta già dando per scontato di dover
affrontare, in quanto vincitore al prossimo giro elettorale, una stagione
in cui tutti i nodi del declino strutturale stanno venendo al pettine.
Oggi è comodo sfruttare il "cartellino giallo" di Bruxelles
per il deficit eccessivo o la tirata d'orecchie della Corte dei Conti,
del Fondo Monetario e dell'Ocse, che chiedono misure non congiunturali.
Ma domani la stagnazione permanente - siamo al quinto anno consecutivo,
la media quinquennio sarà un miserabile +0,9% - il rapporto deficit-pil
che nel 2006 starà tra il 4,6% (previsione Ue) e il 6% (nel caso
di linea dura da parte di Eurostat), le difficoltà di Fiat piuttosto
che di Alitalia e la crisi nera dei settori del manifatturiero tradizionale
(tessile-abbigliamento, scarpe, occhiali, piastrelle, legno, oreficeria,
ecc.) saranno altrettante gatte da pelare per chi sarà al governo.
Eppure, di fronte ad un agenda di problemi già scritta, la tendenza
dell'attuale opposizione non è quella di chiarire al proprio
interno e di comunicare quali soluzioni s'intenderà adottare
una volta riguadagnato Palazzo Chigi. Con il rischio, per non dire certezza,
di ripetere gli errori degli scorsi governi di centro-sinistra (per
esempio, privatizzare al solo scopo di far cassa) oppure di cedere alla
logica del compromesso a tutti i costi, che vista la distanza delle
posizioni non può che tradursi in immobilismo.
E' facile maramaldeggiare con il centro-destra - non fosse altro per
la mostruosa mole di errori che ha commesso, a cominciare dall'insana
idea di negare il declino e ostentare irritante ottimismo - così
come è semplice acquisire governatori regionali promettendo agli
italiani di abolire o di non istituire i ticket sanitari, senza ovviamente
porsi il problema di chi paga. Molto meno agevole, invece, è
"trovare la quadra" di istanze e opzioni culturali prima ancora
che politiche tra loro opposte. Per questo, va apprezzata la scelta
di Cacciari di gareggiare anche contro il candidato (irrituale) dell'altra
sinistra, ma soprattutto di aver detto con chiarezza che se batterà
Felice Casson la sua giunta comunale vedrà l'esclusione di Rifondazione
Comunista e dei Verdi. Non solo. L'indicazione che dai riformisti del
centro-destra è venuta in questi giorni a suo favore (ieri il
ministro Alemanno, per esempio) e l'appello al voto del presidente degli
industriali veneziani Paolo Scaroni (che non può che tradursi
in un aiuto a Cacciari), sono segnali del fatto che il voto a Venezia
e il suo esito possono segnare l'inizio di una nuova stagione politica.
Dal declino si esce solo con un programma di modernizzazione della struttura
sociale (welfare) ed economica (profilo del capitalismo) del Paese,
che significa un nuovo modello di sviluppo e un nuovo patto sociale
che lo supporti. E per riuscire in un'impresa del genere occorrono una
forza e una coesione che necessita radici ben più solide di una
vittoria elettorale nata dalla pochezza altrui. Se il centro-destra
ha fallito, il centro-sinistra eviti di imitarlo.
15 aprile 2005

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