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Non sarà Bertinotti, massimalista capacea impedire alla sinistra
di governare
di Enrico
Cisnetto
Ovvio che Fausto Bertinotti si opponga al mercato come
elemento regolatore della società. Naturale che si batta strenuamente
per i lavoratori dipendenti, anche a costo dell'intervento statale.
Le sue radici ideologiche non possono che portarlo a questi lidi. Eppure,
vale la pena di dire: magari fossero tutti come Bertinotti.
Perché, mentre ci si inquieta per come farlo ragionare, o ci
si arrovella sul modo di tenerlo a bada, è invece dell'arcipelago
della sinistra più accesa che ci si dovrebbe preoccupare. Bertinotti
passa per essere il campione del sordo e indomabile massimalismo. E
invece è l'unico appiglio che i riformisti di sinistra hanno
per sperare in un dialogo. Sì perché, al paragone con
i suoi colleghi più rossi dell'Unione, un'osservazione del genere,
in qualche modo, sbiadisce.
Bertinotti, infatti, non è comunista. Non alla maniera di Cossutta,
almeno. Cioè imbrigliato nei gangli di un Partito comunista ormai
defunto. I quadri gerarchici delle Botteghe Oscure, che restano ancora
i parametri della visione politica cossuttiana, non appartengono a quella
di Bertinotti.
Il leader di Prc, poi, non è iroso e angosciato, a differenza
di alcuni esponenti del correntone Ds, Angius e Mussi, della "sinistra
radicale", Diliberto e Folena, populisti del calibro di Di Pietro
ed ecologisti irresponsabili quali Pecoraro Scanio. Uomini, tutti questi,
ormai arenati in un'opposizione unicamente critica e per nulla propositiva.
Dediti, quotidianamente e unicamente, all'antiberlusconismo di piazza,
monco di suggerimenti politici di peso.
Infine, non si può dimenticare l'importante trascorso, del segretario
di Rifondazione, nel mondo sindacale. Attività che gli ha permesso
di affinare le tecniche di mediazione che spesso gli sono risultate
utili. E se si osservano le mosse di Bertinotti degli ultimi mesi, non
si può fare a meno di notare che, interviste a parte, quando
"contava" davvero, il compagno Fausto ha sempre assunto posizioni
più moderate, rispetto alla linea del suo stesso partito. Mettendo
così a rischio la sua leadership. Di fronte all'opposizione interna,
trotzkista (nel XXI secolo!), Bertinotti ha fatto muso duro. Ha puntato
i piedi e ha fatto capire l'importanza di rinunciare alla vecchia "desistenza"
per un pieno coinvolgimento nell'Unione. Certo, parlare di Prodinotti
può sembrare esagerato, tuttavia a lui bisogna riconoscere il
canale preferenziale che Prc ha a disposizione nel dialogo con il leader
dell'Unione.
Altro che massimalista quindi. Bertinotti sfoggia doti di un politico
a 360 gradi. Lucido nella dialettica, sufficientemente realista - fondamentale
per un leader - e pacato calcolatore. E i risultati concordano. Perché,
se alle regionali Rifondazione ha fatto solo un magro 5,6%, ha comunque
compensato espugnando la Puglia con Nichi Vendola. Niente male.
Questo non significa che da Bertinotti ci si attende si tramuti nel
più malleabile dei leader dell'Unione, ma solo che, a ben guardare,
è quello con cui si potrà dialogare più piacevolmente,
auspicando risultati concreti. Mentre i veri problemi per il centro-sinistra
che si sente (senza esserlo) già di governo, giungeranno da altrove.
14 aprile 2005

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