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La nomina di un ministro per il Mezzogiorno servirà solo ad aumentare
la confusione
di Donato Speroni
E' difficile prendere sul serio il progetto di una
parte degli esponenti della Casa della Libertà di rilanciare
l'azione di governo attraverso la rinascita di un ministero per il Sud.
Non si capisce, infatti, che cosa questo ministero dovrebbe fare, oltre
un po' di politica d'immagine a favore del centrodestra per bilanciare
i guasti elettorali provocati dall'improvvida approvazione della devolution.
Facciamo un breve riassunto delle puntate precedenti. Il ministero per
il Mezzogiorno esisteva fino al 1992, quando fu unificato nel ministero
del Bilancio sotto il governo Amato, essendo ministri dapprima Franco
Reviglio, poi Beniamino Andreatta. Aveva avuto un grande potere nella
seconda metà degli anni '80, grazie alla legge 64/86 che stanziava
120mila miliardi di lire (di allora) per il sud, ma si era progressivamente
logorato per le lotte di potere, la burocraticità delle procedure
d'intervento, la sostanziale povertà dei risultati.
La cancellazione del ministero, insieme a una radicale riforma di tutto
il sistema degli incentivi, servì anche ad impedire che si procedesse
al referendum di abolizione della legge per il Mezzogiorno, voluto dalla
Lega: un referendum che, comunque andasse, avrebbe spaccato il paese
tra nord e sud.
Da allora che cosa è avvenuto? Il Sud è confluito nel
grande calderone del ministero dell'Economia, che unifica ben cinque
ministeri (oltre a Mezzogiorno e Bilancio, Partecipazioni statali, Tesoro
e Finanze). Le sue funzioni sono sostanzialmente svolte dal Dipartimento
per le Politiche di Coesione e Sviluppo, diretto da Fabrizio Barca,
un economista generalmente apprezzato, che ha saputo aiutare le regioni
ad utilizzare al meglio i fondi comunitari. Le politiche d'incentivazione
dell'intervento straordinario sono state sostituite da altre misure.
I progetti per le grandi opere, i fondi europei, gli incentivi alle
imprese erogati con altre misure come la legge 488/92, pur senza risultati
folgoranti, hanno funzionato meno peggio dei vecchi interventi per il
Sud.
Invece, un rinato ministro del Mezzogiorno oggi non avrebbe alcuna strumentazione
su cui operare, perché, anche qualora si volesse (e non credo
che si voglia) ripristinare l'intervento straordinario, bisognerebbe
ricreare leggi ad hoc, che non avrebbero alcuna possibilità di
essere approvate in tempi rapidi. Potrebbe essere, al massimo un portavoce
delle esigenze meridionali, forse per evitare che questo ruolo venga
assunto dai presidenti delle regioni del Sud, di colore politico opposto
al governo in carica. Insomma, un cavaliere errante incaricato di difendere
i deboli meridionali dai forti e prepotenti nordisti, ma un cavaliere
senza cavallo.
Altrettanto inefficace sarebbe la proposta di una "Mediobanca del
Sud", altro tormentone ricorrente del dibattito meridionalista.
Ne riparla spesso il vicepresidente di Forza Italia, Giulio Tremonti,
ma i precedenti tentativi, regolarmente falliti, ci dimostrano l'assurdità
del progetto. Delle due l'una: o la Mediobanca del Sud opera al di là
delle leggi del mercato ed allora è sostanzialmente un doppione
di uno strumento come Sviluppo Italia, che già esiste e del quale
già conosciamo i limiti; oppure deve operare con le stesse regole
degli altri intermediari finanziari e allora non si vede che cosa potrebbe
fare di diverso da chi è già presente sul territorio meridionale.
Gli anni che sono passati dalla fine dell'intervento straordinario hanno
visto diverse velocità di sviluppo nelle diverse aree del Mezzogiorno,
ma hanno sostanzialmente confermato l'esistenza di un divario di ricchezza
e di qualità della vita tra nord e sud. Occorre certamente intervenire,
come hanno anche richiesto sindacati e associazioni datoriali col documento
comune sottoscritto qualche mese fa. Però, ancora una volta,
non serve a nulla alzare un polverone mediatico, magari azzerando nella
smania di far meglio quel poco che si è fatto finora.
12 aprile 2005

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