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Salvataggio Parmalat,
analisi critica del piano Bondi di Enrico Cisnetto
Di chi è la Parmalat? Certo non è più di Calisto Tanzi, che peraltro ne aveva perso il "controllo" molti anni fa, né tantomeno dei piccoli azionisti. Non degli obbligazionisti, altrimenti avrebbero già imposto una liquidazione per rientrare dei loro oltre 9 miliardi di euro di crediti. Non delle banche: di solito svolgono un compito decisivo nei progetti di ristrutturazione, ma in questo caso sono cautissime, spaventate da un clima a loro decisamente ostile. Infine, Parmalat non è del governo, mostratosi clamorosamente impreparato a gestire emergenze del genere. Rimane lui, Enrico Bondi, il super risanatore, bravissimo nel gettare un cordone sanitario intorno all'azienda, ottimo nel navigare a vista: è lui che ora si appresta - solitariamente - a ridisegnare il futuro del gruppo. Ma è normale, è opportuno che in questo frangente e per una cosa così delicata tutto il potere sia nella mani di un manager (chiunque esso sia), non sottoposto ad alcun controllo reale? I dubbi, e molti, ci sono. Nascono dai silenzi-assensi e dagli acritici incoraggiamenti con cui sono state accolte, soprattutto dagli esponenti politici, le linee guida del piano. Ma anche dalla sostanziale latitanza della classe imprenditoriale.
Eppure le linee guida del cosiddetto "piano Bondi" non brillano certo per originalità. Anzi, esso assomiglia maledettamente alla ricetta che Mediobanca incaricò proprio Bondi di applicare a Montedison: conversione dei crediti in azioni, mantenimento degli asset già redditizi e vendita, in tempi lunghi, del resto. Due le obiezioni: 1) è tutto da dimostrare che alla prova dei fatti quella gestione dell'eredità Ferruzzi abbia portato a risultati positivi; 2) l'assenza di un regista potente come la Mediobanca di Cuccia e la preponderanza nel fronte dei creditori di stranieri e obbligazionisti rende quella strada molto tortuosa. Partiamo dalla seconda questione: nel '93 quando Mediobanca subentrò ai Ferruzzi, i debiti del gruppo erano di 31.500 miliardi di lire. Circa la metà furono "sottoposti a ristrutturazione" e tutte le principali banche italiane trasformarono i loro crediti in azioni, mentre gli stranieri ottennero la restituzione del denaro. Già questo rende oggi molto improbabile la realizzazione di un piano analogo, trovando l'accordo di una platea tanto vasta di piccoli obbligazionisti, fondi e banche estere. Senza contare che neanche le banche italiane sarebbero particolarmente entusiaste dell'idea di contabilizzare altre perdite. Ma anche ammettendo che una soluzione si trovi, quale sarebbe l'esito finale? Nel '97, dopo dismissioni per 12 mila miliardi e la rinuncia a crediti da parte delle banche azioniste per altri 5 mila, il "risanamento Montedison" vero e proprio si era concluso e i debiti quasi azzerati. Nei successivi quattro anni, sempre sotto Bondi, il gruppo ha continuato ad essere gestito come una conglomerata senza particolari obiettivi strategici. Risultato: quando nell'estate del 2001 Fiat ed Edf lanciarono l'opa, i debiti erano tornati sopra quota 15 mila miliardi. Dunque, se anche Parmalat si adeguasse ad un percorso del genere - una ristrutturazione "eterna" rimanendo quotata - finirebbe per assumere la fisionomia di una società in perenne convalescenza, senza credibilità sul mercato e senza veri azionisti di riferimento, preda ideale per scalate non appena fosse conveniente. La stessa storia di Montedison-Compart è stata costellata di tentativi di raid, rintuzzati da Mediobanca finché è stata "padrona" assoluta dell'intero fronte bancario. Ora nessuno potrebbe tenere in pugno gli azionisti-creditori.
Dunque, bisogna pensare un piano di salvataggio diverso, definendo altre priorità: 1) salvaguardare il patrimonio di Parmalat dal punto di vista dell'occupazione e dell'impatto sul sistema agroalimentare; 2) rimettere sul mercato i vari asset nel più breve tempo possibile; 3) stabilire già da ora la configurazione che si vuole ottenere a fine ristrutturazione. Di certo c'è una prima lista di dismissioni (attività in perdita) stilata da Bondi, che vanno fatte in fretta per ripagare almeno in parte i creditori. Diverso il discorso relativo alle attività strategiche. Per loro andrebbe prevista un'asta che imponga ai compratori impegni certi come il mantenimento dei rapporti con i fornitori, la stabilità azionaria, gli investimenti. Insomma, un "beauty contest" non solo basato sul prezzo. A questo andrebbe affiancato un lavoro di moral suasion politica che favorisca l'unione di forze imprenditoriali nazionali, in modo che si formi una compagine capace di digerire il pezzo più consistente possibile di Parmalat. Nella fattispecie un ruolo leader potrebbe svolgerlo il mondo cooperativo - l'ottimo presidente della Confcooperative, Luigi Marino, ne ha parlato esplicitamente - con il che si potrebbe anche creare il non trascurabile effetto collaterale di far entrare in comunicazione più stretta il la cooperazione con i mercati finanziari.
Rimane la domanda iniziale: chi deve svolgere questo ruolo di "azionista di riferimento" e dettare la linea a Bondi? Prima di tutto il governo, possibilmente cercando il contributo delle parti sociali e delle banche, non fosse altro perchè dovrebbe sentirsi impegnato a gestire le ricadute sistemiche di un crack come quello Parmalat. Anzi, potrebbe essere un'ottima occasione per dotarsi di una struttura permanente in grado di gestire le priorità della politica industriale. Una via di mezzo tra l'Iri e la Mediobanca dei tempi d'oro. Ma prima che qualcuno si scandalizzi, meglio rinviare questo discorso ad una puntata successiva.
19/03/2004

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