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Parmalat, la sorte dei piccoli azionisti di Enrico Cisnetto
E' possibile trovare una via d'uscita per i piccoli azionisti Parmalat? Forse sì, se le banche sapranno essere lungimiranti. Le molte lettere che arrivano al mio sito (www.enricocisnetto.it) testimoniano di un diffuso senso d'ingiustizia vissuto dai risparmiatori che erano soci dell'azienda di Collecchio. D'altronde, hanno visto andare in fumo i loro risparmi esattamente come è accaduto ai possessori dei bond Parmalat, ma vedono che solo questi ultimi sono tutelati, mentre sentono di meritare anch'essi una qualche forma di risarcimento.
Il fatto è che, tra le molte vittime (lavoratori, azionisti, obbligazionisti creditori bancari), della truffa perpetrata dagli amministratori di Parmalat e dai loro complici, proprio gli azionisti sono i meno tutelati dalla legge. In teoria nulla da eccepire: chi compra i titoli di un'azienda decide di partecipare al rischio d'impresa, nel bene e nel male. In questo caso particolare, però, siamo di fronte ad una gigantesca truffa, e anche qualora sia provato il raggiro i meccanismi risarcitori sono inadatti e macchinosi. Con le norme attuali, non sembra che ci siano i margini legali per assegnare anche agli azionisti Parmalat dei warrant (diritti di acquisto) per partecipare al capitale della nuova società che ne prenderà il posto (chiamata "assuntore"), come invece succederà agli obbligazionisti e alle banche creditrici. Per renderlo possibile, sarebbe necessario riformare la legge Marzano sulle aziende in crisi, o far rientrare un'ipotesi del genere nel diritto fallimentare. Sia chiaro, non sarebbe una modifica facile: non dimentichiamoci che in Parmalat (così come nella maggioranza delle quotate italiane) azionisti di riferimento e amministratori coincidono, quindi bisognerebbe evitare beffe clamorose (qualcuno suggerisce il sequestro del 51% di Tanzi, ma finora l'ex patron non è stato condannato per nessun reato e quindi ha gli stessi diritti degli altri soci).
Insomma, la questione è a dir poco complessa, tanto che se la vicenda Parmalat servirà a far arrivare in Italia un istituto come la class action (causa collettiva), dovremo parlare di risultato positivo. Non a caso, in analoghe situazioni, nei paesi anglosassoni più che al mantenimento dei diritti sulla società si punta per i piccoli azionisti ad ottenere il più alto risarcimento possibile.
Ma visti i tempi lunghi della nostra giustizia (e quelli del legislatore), per i piccoli azionisti Parmalat vanno cercate altre strade. Una mi permetto di segnalarla io: un atto di liberalità delle banche che diventeranno socie della "Nuova Parmalat" (tra il 25 e il 30% del totale), ovvero "girare" a titolo gratuito una quota delle future azioni ai vecchi azionisti che ne facessero richiesta. Come dimostra la questione dell'anatocismo, oggi le banche sono nel mirino e avrebbero tutto da guadagnare in visibilità e reputazione se procedessero ad un "risarcimento" spontaneo. Il tutto, tra l'altro, a costi contenuti, sia perché la maggior parte di esse dice di aver già svalutato gran parte dei crediti verso Parmalat, sia perché i piccoli soci sono relativamente pochi, nell'ordine delle decine di migliaia. Insomma, una mossa funzionale al recupero della fiducia dei risparmiatori e alla creazione di un capitalismo moderno, obiettivi cui le banche non possono sottrarsi.
14/11/2004

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