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Gli Stati Uniti d’Europa non sono soltanto un sogno, ma una scelta pragmatica, imposta dalla globalizzazione
intervento di Enrico Cisnetto al seminario Lymec
1 dicembre 2004

Prima di tutto consentitemi un ringraziamento non formale per l'invito ad una iniziativa di cui condivido lo spirito e gli intenti.

Vorrei dirvi perché giudico l'Europa di oggi, quella dell'euro e quella dell'allargamento a 25 Paesi, un'Europa incompiuta. E come sia assolutamente inderogabile progettare e costruire gli Stati Uniti d'Europa.

L'idea di procedere all'unificazione europea attraverso la creazione della moneta unica era antistorica, e come tale si è rivelata: non è mai accaduto che nel mondo si creasse prima la moneta dello Stato. L'Europa lo ha fatto perché era incapace di procedere sul terreno politico-istituzionale e sperava che una volta creato l'euro quel processo si sarebbe messo in moto da solo.

Così finora non è stato: né il fervore europeista di Maastricht, né, successivamente, l'uscita di scena delle monete nazionali hanno generato clima e condizioni necessarie per mettere in moto processi di convergenza.

Non è accaduto sul terreno istituzionale, visto che la nuova Costituzione poco aggiunge ad uno schema decisamente inadeguato. Non è accaduto sul piano politico, come dimostrano la babele di posizioni sulla guerra in Iraq e persino più in generale sul terrorismo internazionale, la confusione sul caso Turchia e l'assenza su una vicenda decisiva come dell'Ucraina. Ma non è accaduto neppure sul terreno economico, ambito in cui gli interessi e gli egoismi nazionali continuano clamorosamente a prevalere.

Né si vedono all'orizzonte segnali confortanti, anche perché, a mio parere, la scelta di allargare i confini dell'Europa ad altri dieci Paesi è stata un errore. L'Europa dei Quindici non era pronta a questo passo, che pare essere figlio della stessa logica per cui, all'inizio degli anni '90, si è preferita la scorciatoia dell'unificazione monetaria anziché istituzionale.

Ora, ad allargamento effettuato, è più difficile procedere a nuovi impegni di convergenza, salvo optare per un vero e proprio "strappo" creando un'Unione Europea di serie A (i dodici Paesi di Eurolandia) ed una di serie B (i tredici Paesi rimanenti). Scelta che io sarei per compiere comunque, anche se è del tutto evidente che essa finirebbe per vanificare l'allargamento.

Ma perché occorrono gli Stati Uniti d'Europa?
Non si tratta solo e tanto di una riscoperta del grande progetto ideale del federalismo degli Spinelli e dei Monnet, quanto di una scelta pragmatica dettata dall'analisi delle conseguenze che il processo di globalizzazione sta determinando nel mondo.

L'emergere prepotente sulla scena di gran parte dei Paesi asiatici, a partire da Cina e India, non rappresenta soltanto una clamorosa sconfitta sul campo delle teorie cosiddette "no global", che presumevano un restringimento delle aree di ricchezza e un conseguente allargamento delle aree di povertà del mondo. Esso rappresenta anche una sfida cui l'Europa non può e non potrà sottrarsi.

L'assurgere sulla scena economica di soggetti che mettono in campo due miliardi di persone, esprimendo una straordinaria capacità competitiva che il continente del benessere e del welfare non può oggettivamente fronteggiare, ci costringe - piaccia o non piaccia - a ripensare il modello di sviluppo e di regolazione della vita sociale nato nel secolo scorso. Non fosse altro che per una questione dimensionale, la risposta europea alla nuova divisione internazionale del lavoro non può che essere collettiva. È impensabile che i singoli Paesi possano fronteggiare da soli gli effetti della globalizzazione, sia che si tratti di quelli più solidi quali Francia e Germania, sia che si tratti di quelli più vivaci come Spagna, Gran Bretagna e Irlanda.

La risposta, che non potrà certo essere conservatrice e protezionistica, dovrà per forza arrivare da un soggetto di grandi dimensioni, capace di scelte unitarie. E l'unico strumento per trasformare le scelte in fatti è un'Europa federale - ricordiamoci noi italiani che il federalismo si fa verso l'alto per unificare ciò che è diviso, e non verso il basso per dividere ciò che è già unito - con un parlamento e un governo eletti direttamente dai cittadini, cui i vecchi stati nazionali delegano una parte significativa delle loro funzioni e responsabilità.

Solo così potrà nascere una politica economica europea, un vero mercato unico che dia logica all'esistenza dell'euro.

E solo così l'Europa sarà capace di esprimere una politica estera comune che non sia più vittima delle spinte e degli interessi nazionali, in grado di essere presente nelle grandi scelte che il mondo richiede.

Francamente, non so quale sarebbe l'orientamento degli Stati Uniti d'America di fronte ad un processo del genere. Se fosse positivo, si confermerebbe la bontà della scelta, e se fosse negativo sarebbe un motivo in più per farlo.

Ai liberali spetta l'onere e la responsabilità di avviare questa grande battaglia politica. Alle giovani generazioni che ai valori liberali intendono ispirarsi, spetta il diritto-dovere di costruire il loro futuro in quella direzione.

In Italia, Società Aperta ha fatto per prima la scelta degli Stati Uniti d'Europa. Siamo un movimento d'opinione che individua nel binomio "declino economico-crisi del sistema politico" il pericolo cui è esposto il nostro Paese. Ma non crediamo ad una ricetta esclusivamente nazionale.

Al contrario, crediamo che il processo di modernizzazione dell'Italia - per il quale è indispensabile il passaggio epocale ad una Terza Repubblica - non possa che compiersi all'interno del più grande processo di trasformazione dell'Europa.

Enrico Cisnetto
Presidente di Società Aperta



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