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Parma, capitale europea dell'alimentazione
di Giovanni Somogyi

Due vicende recenti hanno attirato l'attenzione su una delle città italiane più ricche di fascino. La prima, positiva, è la designazione di Parma quale sede della autorità europea per l'alimentazione; la seconda, assai meno positiva, e che ha fatto molto più rumore, è il disastro della Parmalat. Tra le due vicende possono scorgersi alcune istruttive connessioni; prenderei le mosse dalla seconda, quella negativa, al fine di chiudere queste riflessioni con qualche nota di speranza.
Il disastro Parmalat è stato commentato soprattutto con riferimento agli aspetti finanziari (e giudiziari); il tracollo della grande azienda di Collecchio ha colpito soprattutto per le drammatiche conseguenze che ha avuto per i sottoscrittori delle obbligazioni (ma direi anche delle azioni) della Parmalat, e per la circostanza che il sistema dei controlli sui mercati della finanza e del credito in Italia ha ancora una volta mostrato le sue vistose crepe. Ma questa purtroppo non è una novità, per chi conosca tali mercati. Meraviglia, e molto, invece, l'atteggiamento delle forze politiche, che si sono messe subito a litigare, anche all' interno dei due schieramenti, soprattutto sulla Banca d'Italia.

Alcune cose mi paiono però del tutto evidenti, e non dovrebbero sollevare troppe discussioni. In primo luogo, non è normale che in questo sventurato Paese le forze politiche siano indotte da tempo a scontrarsi su quella che dovrebbe essere una istituzione tecnica, circondata di silenzio e di rispetto. Invece, alla vigilia delle elezioni politiche del 2001, si disse che il Governatore Fazio si era schierato con il centro destra, e infatti il centrosinistra, che in precedenza aveva palpitato per l'Istituto di emissione, trattava il Governatore con freddezza. Poi invece sopraggiunse il dissidio Fazio-Tremonti, e possiamo limitarci a ricordare l'ormai celebre giudizio del nostro Ministro dell'Economia, secondo il quale il Governatore della Banca d'Italia passa il tempo giocando col computer. Di conseguenza le forze di sinistra sono oggi tutte di nuovo per Fazio. Inutile dire che ciò non giova innanzitutto alla Banca d'Italia.

In secondo luogo è del tutto evidente che qualcosa si deve necessariamente fare, perché nella situazione attuale, se è lecito e giusto invitare i consumatori ad affidarsi con fiducia al salumiere quando comprano il prosciutto e il formaggio, è ancor più lecito e giusto avvertire i risparmiatori che si astengano dal sottoscrivere azioni od obbligazioni, a meno di non farsi accompagnare da un professore di economia (e mi fiderei poco anche del professore) finchè il mercato finanziario italiano non venga meglio difeso contro fenomeni quali la negoziazione di titoli argentini, di bond Cirio o di bond Parmalat. E così come il salumaio fraudolento si vede chiudere il negozio, se ha venduto roba cattiva, così le banche che hanno venduto ai fiduciosi clienti junk bonds, ossia titoli spazzatura, dovrebbero essere obbligate a rimborsare coloro che li hanno comprati. E pazienza se questa sacrosanta punizione può costare cara ad istituti tanto celebrati quanto avventurosamente gestiti.
Ed è altresì evidente che il sistema deve cambiare, perché i controlli che attualmente esistono fanno ridere (o piangere). Con queste parole forse un po' crude vorrei però sottolineare il concetto che non possiamo far finta che non sia successo niente. E non si tratta di dare la colpa a questo o a quello, alla Consob o alla Banca d'Italia (anche se un robusto ricambio di personale potrebbe essere utile). La prima, nel cui board siedono personaggi che sono certamente tra i migliori esperti italiani dei problemi loro affidati, non ha praticamente i mezzi per operare. La seconda, che invece dispone di mezzi cospicui e di personale di elevatissima qualità professionale, si occupa, in virtù della curiosa prassi vigente, essenzialmente di disastri bancari, ma rigorosamente solo dopo che essi si siano verificati. Questa attività in un Paese normale dovrebbe essere affidata alla magistratura, se non fosse che in Italia i giudici tendono a far concorrenza agli storici, e chiudono le loro indagini dopo alcuni decenni. In ogni caso l'attività di vigilanza dovrebbe conformarsi a quanto è scritto nei vocabolari, dovrebbe cioè riguardare ciò che si teme possa accadere, non ciò che malauguratamente è già avvenuto. La sentinella vigila, affinché il nemico non ci assalga; ma se il nemico uccide i nostri commilitoni, e i superstiti scrivono alle famiglie dei caduti, questi superstiti piangono, deplorano, commemorano, ma certo non vigilano.

Ma l'aspetto della vicenda parmense che finora ben pochi hanno sottolineato, è che la Parmalat è un'altra delle scarse multinazionali italiane che rischia di scomparire, o di finire sotto il controllo di qualche gruppo straniero. Un controllo straniero dell'azionariato di una grande impresa italiana non è evidentemente un male in sé, in un'epoca di globalizzazione o quanto meno di integrazione europea, a meno però che ciò non significhi la perdita, per il nostro Paese, di attività qualificanti un sistema produttivo avanzato: è chiaro ad esempio che se la Fiat finisse sotto il controllo della General Motors l'Italia rischierebbe di perdere fabbriche, laboratori di ricerca, centri decisionali di primaria importanza, che potrebbero venir dislocati altrove.
Se ciò dovesse avvenire anche in campo agroalimentare l'evento sarebbe doppiamente deplorevole. Intanto non si riesce a capire perché - ed è questo uno dei nodi della situazione italiana, che induce a parlare di declino del nostro Paese - la Svizzera e i Paesi Bassi, due Paesi di dimensione economica assai inferiore a quella italiana, possano schierare due giganti agroalimentari mondiali come, rispettivamente, la Nestlé e la Unilever, e l'Italia no.
In secondo luogo, uno dei pochi settori nei quali potremmo avere prospettive di grande respiro è proprio quello alimentare, e la designazione di Parma quale capitale europea dell'alimentazione potrebbe essere di ottimo auspicio. Attenzione però. L'Italia non è certamente un Paese che possa avere una agricoltura per così dire di massa, una agricoltura di grandi commodities quali il grano, il mais, la lana, lo zucchero, i pellami. Per questo tipo di agricoltura l'Italia è assolutamente negata. E'un piccolo Paese dove, su trenta milioni di ettari di territorio, ben pochi su scala mondiale, solo quattro, quelli della pianura padana, sono di buona terra adatta ad una "grande" agricoltura.

E anche la valle padana non è completamente competitiva rispetto ad esempio alle grandi pianure naturali degli Stati Uniti o, in Europa, della Francia. La pianura padana, essendo sabbiosa ad occidente ha richiesto, per essere lavorata, imponenti opere di irrigazione, ed essendo paludosa ad oriente ha richiesto altrettanto imponenti opere di bonifica; e tali caratteristiche impongono tuttora elevati costi di manutenzione.
Tanto è vero ciò, che quando all'inizio degli anni Sessanta, con l'esplodere del miracolo economico e l'avvio della prima vera rivoluzione industriale del nostro Paese, i salari presero ad aumentare, affrancando le nostre masse popolari dal secolare costume di una dieta spartana e frugale (per non voler usare la parola fame) la bilancia italiana dei pagamenti andò subito in crisi, e fu solo il fortissimo aumento delle esportazioni industriali che ci permise di pagare il nostro squilibrio alimentare, fatto di pesanti importazioni di carne, latte, burro, oli di semi, grano duro (sissignori, anche il grano per gli spaghetti non era e non è sufficiente).
Ma oggi quello squilibrio pesa ormai relativamente poco, e viceversa tendono ad acquistare importanza, in un mondo che ha visto crescere ovunque il reddito ed il tenore di vita, le produzioni agroalimentari di qualità, soprattutto sui mercati dei Paesi economicamente più avanzati: vini, oli d'oliva, formaggi, salumi, primizie, prodotti del bosco, conserve, paste fresche e secche, e l'elenco ovviamente potrebbe continuare. In questi campi, l'Italia gode di alcuni importanti vantaggi: grandi tradizioni gelosamente conservate, un territorio certamente adatto alle produzioni di qualità, capacità imprenditoriali di rilievo, seppure oggi quasi solo a livello di piccola e media impresa, e anche non disprezzabili prospettive nei campi della ricerca e della innovazione tecnologica. Speriamo che il disastro della Parmalat rimanga limitato alla sfera finanziaria, senza frantumare una grande realtà produttiva, e che l'Italia possa sviluppare uno dei pochi settori che appaiono ancora capaci di competitività a livello mondiale.

14/01/04


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