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Come è già avvenuto in Francia, anche in Italia la comunità islamica, o,
almeno, parte di questa, ha preso carta e penna per dissociarsi dalle follie
del fondamentalismo islamico e riconoscersi, senza riserve, nel nostro modello istituzionale e politico. Solo la democrazia assicura la civile e pacifica convivenza di culture, politiche e fedi diverse.
Lo riconoscono e lo considerano un valore. Benissimo.
Fanno di più: considerano positive le scelte di politica estera dell'Italia,
ivi compresa la necessità di combattere il terrorismo e l'intolleranza
religiosa. Bene ancora, benché queste ultime siano scelte politiche (che
apprezzo), dalle quali non solo è legittimo dissentire, ma larga parte del
mondo politico italiano effettivamente dissente.
Nel manifesto, però, trovo un passo che merita una riflessione. "Riteniamo -
scrivono - che i tempi siano maturi affinché lo Stato e la società italiana
considerino positivamente la prospettiva di un'Italia plurale sul piano
etnico, confessionale e culturale, ancorata ad una solida piattaforma di
leggi e di valori comuni". Ecco, per chiarezza, l'Italia è già un Paese
libero e pluralista. Un Paese che consente il libero sviluppo delle
pratiche religiose, senza discriminazione alcuna. Ed è già un Paese con
leggi comuni, criticabili, certo, ma esistenti, e da rispettare. Chiunque
sappia farlo è il benvenuto, da ovunque venga, quale che siano le sue idee,
quale che siano le sue caratteristiche somatiche.
02/08/2004 |
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