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Cinzia Banelli, la militante delle Brigate Rosse che al momento dell'arresto era incinta, e che ora è madre da cinque mesi, annuncia il proprio "pentimento", e la cosa è rilanciata dai giornali con grande evidenza. Ma di che si pente, la signora Banelli? L'impressione è che più che pentirsi delle cose fatte, questa gente si penta delle conseguenze subite. Si pentono d'essere in carcere, non di avere ammazzato, o concorso ad ammazzare delle persone. Comunque, a parte l'equivoco morale del "pentitismo", i collaboratori di giustizia possono essere utili allo Stato, e per questa utilità li si può premiare. Ma l'utilità deve essere reale. Al radicamento politico e sociale delle nuove Brigate Rosse non credo: non siamo negli anni settanta, non viviamo ubriacature ideologiche, i personaggi che le capeggiano sono mediocri. Piuttosto, Nadia Desdemona Lioce ha più volte scritto del necessario collegamento fra il terrorismo italiano e quello del fondamentalismo islamico, in nome di una comune guerra al capitalismo. A noi non interessa indagare la cretineria ideologica di una simile tesi, ma, dai pentiti, per considerarli utili, vogliamo dati ed indicazioni in questo senso, vogliamo elementi per far saltare quei legami. Ce li diano, o se ne stiano in galera, possibilmente assieme al mai pentito Cesare Battisti, per il resto dei loro giorni. Magari da pentiti, ma d'un pentimento che riguardi solo l'anima loro.
24/08/04 |
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