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Sindacati e declino
di Pio Mastrobuoni

Tra le cause del declino italiano, di cui tanto si parla di questi tempi, un capitolo a parte riguarda giocoforza il movimento sindacale. E come potrebbe essere diversamente visto lo spazio ch'esso occupa nella società italiana? In un suo recente rapporto, il Fondo Monetario Internazionale ha sostenuto che la sindacalizzazione costituisce un ostacolo all'impiego e alla crescita.

E' una tesi francamente inaccettabile sulla quale non vale la pena intrattenersi a lungo. Basta solo pensare a cosa si ridurrebbero i rapporti sociali se prevalesse la legge del più forte. Ai Cipputi non rimarrebbe che calarsi le brache, come purtroppo avviene dove manca ogni forma di protezione sindacale.

Ciò detto, discutere della parte di responsabilità che pesa sul sindacato nella crisi in atto nel Paese è tutt'altro che un esercizio ozioso. Sarebbe anzi bene che gli stessi dirigenti confederali vi si dedicassero - come per esempio sta facendo, coraggiosamente, Savino Pezzotta - cominciando a spiegare in casa propria prima ancora che alla pubblica opinione perchè sono in grave ritardo nell'opera di modernizzazione della loro strategia imposta dal processo di mondializzazione fondato sulla deregulation e la liberalizzazione del commercio.

Alla luce di tali considerazioni, ha un senso che la CGIL, tanto per parlar chiaro, continui a difendere gli interessi dei propri assistiti prevalentemente in chiave antigovernativa, dando sovente sfogo ad uno spirito settario che mal si concilia con i bisogni dei lavoratori, dei pensionati, del Paese? Sarà pur vero che il governo in carica ci mette del suo a radicalizzare lo scontro sociale, come quando approva le nuove norme sulla flessibilità del lavoro trascurando di intervenire contestualmente sugli ammortizzatori sociali o quando cerca di imporre modifiche al sistema pensionistico adottando linee contorte che si prestano a critiche più che giustificate, ma è altrettanto evidente che il sindacato italiano, diversamente dai suoi partner europei, ha la tendenza ad arroccarsi su posizioni di retroguardia che ne limitano il raggio d'azione.

Diciamocela tutta: la sua credibilità è fortemente compromessa, specie da quando ha preso il sopravvento nelle tre maggiori confederazioni il puro calcolo delle rispettive convenienze. Nella condizione di debolezza in cui si trova l'Italia, debolezza strutturale più che congiunturale, non si può fare errore peggiore di restringere l'orizzonte della missione che il sindacato è tenuto a compiere. A meno che esso non intenda limitarsi ad assolvere un ruolo di conservazione, rinunciando così ad essere protagonista della sfida a cui è chiamato il mondo industrializzato di fronte alla minaccia di una regressione generalizzata dei livelli di sviluppo. Sarebbe un guaio incommensurabile.

Riconoscere la nuova realtà del mondo in cui l'Italia si muove non sarebbe, dunque, un segno di debolezza. Tutt'altro. Per effetto della competizione globale, il Paese è retrocesso nelle posizioni di coda tra i grandi dell'Occidente. Ha perso quote di mercato e il suo PIL si è considerevolmente ridotto, scendendo ben al di sotto della media europea.

Chi può avere maggiore interesse ad invertire la china se non un sindacato che tutela gli interessi di milioni di cittadini, i quali assistono impotenti ad una inesorabile falcidia dei propri redditi?

Se è giusto sostenere che va innanzitutto ripensato il nostro apparato produttivo che stenta a tenere il passo dei tempi, vivacchiando sulle conquiste di un passato ormai tramontato, quello di un'economia drogata da un debito pubblico in perenne ascesa e da un uso spregiudicato dell'arma della svalutazione, è altrettanto giusto pretendere che il sindacato riveda con coraggio la propria strategia, come ha riconosciuto con onestà Pezzotta nel suo recente incontro con "Societàperta", diventando credibile anche per un ceto medio che appare oggi tra i più bistrattati e in larga parte abbandonato a sé stesso.

Per questo aggiorni i propri metodi di lotta, cerchi quanto più è possibile di parlare con una voce sola, sanando la ferita di una rottura al suo interno che lo ha inevitabilmente indebolito, a tutto vantaggio di formazioni più radicali e corporative, si avvii senza timore sulla strada di una moderna concertazione che si faccia carico dei reali bisogni della società. In primo luogo quello di vedere aumentata la competitività delle imprese, consapevole che il Paese è costretto a misurarsi con partner sempre più agguerriti, in Europa e nel Mondo, e rischia seriamente di assistere impotente ad una sua veloce colonizzazione.

(20/02/04)


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