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L'ultimo rapporto annuale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità ha confermato in 14 Paesi dell'Africa un'elevata mortalità, esempio per tutti la Sierra Leone dove muoiono il 30% dei bambini al di sotto dei cinque anni, ulteriore esempio ne è anche la vita media di 36 anni contro quella europea di circa 80.
A questo dobbiamo aggiungere l'ultimo rapporto annuale del Dipartimento Affari Economici e Sociali delle Nazioni Unite sui trends degli scenari demografici mondiali.
Facendo riferimento ai tassi di fecondità, nonostante le alte cifre di mortalità, nel 2025 si prevedono in Africa incrementi della popolazione pari all'8% contro circa il 2,8% dell'Europa.
Queste proiezioni ci impongono un'analisi:
- Da una parte gli uomini saranno obbligati, a causa delle loro precarie condizioni di vita, ad abbandonare i paesi di origine per trasferirsi in quelli ricchi;
- Dall'altra avremo le nazioni europee, con crescita demografica irrisoria, destinate al declino sociale ed economico.
All'interno del vecchio continente l'Italia è sicuramente messa peggio, con l'aggravante di una posizione geografica che agevola molto l'immigrazione.
Di fronte a queste condizioni spesso la mancanza di cultura e di capacità pone la politica ad essere povera di soluzioni e a rifugiarsi nell'autarchia prevedendo chiusura di frontiere e azioni di intervento economico a favore dell'incremento del tasso di fecondità.
L'attuale classe politica italiana, ormai al vertice dell'Amministrazione Pubblica da 10 anni, chi prima e chi dopo, risulta, in presenza di questi temi, completamente sorda e se oggi il Ministro del Walfare tenta un timido approccio è solo per scopiazzare norme francesi relative ad insufficienti soluzioni di defiscalizzazione del reddito familiare finalizzato ad aumentare i bassissimi tassi di fecondità.
Sempre in Europa presto dovremo fare i conti anche con un altro problema che incide sul sistema demografico, la rapidità delle comunicazioni sia fisiche che virtuali, le quali porranno il cittadino occidentale davanti all'abbattimento reale del tempo con ritmi di velocità elevatissimi.
Esploderanno, a breve, forti aspetti di apolidità; in quanto l'uomo consumerà gran parte del suo tempo, per motivi professionali, in luogo diverso da dove si situerà per le proprie attività libere e sociali.
E' per questi motivi che presto ci troveremo ad affrontare una radicale trasformazione dell'antropologia dell'uomo causata proprio dall'immigrazione, dalla velocità, dall'apolidità; ci troveremo di fronte ad una vera e propria rivoluzione demografica.
La politica sarà così obbligata, in breve tempo, a sforzarsi di individuare nuovi programmi, nuove soluzioni, nuove invenzioni.
Saremo costretti a creare nuovi modelli di Stato capaci di governare questi processi sia nel diritto che nell'esecutività.
Gli obiettivi di questa governabilità dovranno ruotare tutti intorno al lavoro.
Infatti l'immigrazione e la neoapolidità si svilupperanno proprio sulla problematica della localizzazione del lavoro.
Per questo motivo dobbiamo creare una politica del geolavoro e così potremo realmente incidere sulla rivoluzione demografica.
Il vecchio modello produttivo industriale vedeva l'incremento del lavoro nella filosofia del rapporto tecnologico tra organizzazione della macchina e oggetto della prestazione lavorativa, che aveva come meccanismo la manualità dell'uomo.
Oggi dobbiamo evolvere questo pensiero strutturale riconducendo il tutto nell'ambito di un'analisi sistemica dell'organizzazione, la quale ci consentirà di ragionare in termini di sotto-sistema delle risorse umane poste all'interno della stessa azienda.
Il funzionamento di questi sotto-sistemi si dovrà basare sull'ottima allocazione del "personale" nel contesto sociale di riferimento culturale.
Questi avranno processi di sviluppo divisi in due categorie:
- Secondo lo sforzo lavorativo legato ai risultati d'impresa (vedi i lavoratori partners);
- Secondo lo sforzo lavorativo legato alle implicità del prodotto attraverso la quota marginale di aumento della produttività (vedi lavoratori di tipo neotaylorista)
Basta immettere a queste due categorie criteri di divisione geolavorativa, basandosi sulla retribuzione dell'aumento della produttività in modo misto, e cioè con oculate maggiorazioni del salario e diminuzione delle ore lavorate a vantaggio dei lavoratori del mondo occidentale, e con consequenziale aumento della forza lavoro nei paesi del mondo povero, anche in conseguenza di un costo della manodopera residuale.
Potremo così aumentare il lavoro in modo ridotto nell'occidente, in virtù della natalità bassa, ed in modo più netto nei paesi poveri dove la natalità è alta.
Si innescherebbe così un nuovo processo di aumento della domanda di consumo nei paesi poveri dove oggi è totalmente assente, creando così un circuito virtuoso.
Così operando otterremmo la nascita della residenza ecoumanista, principale nemico dell'emigrazione, inoltre la diminuzione delle ore lavorate permetterebbe di frenare nel mondo occidentale i trends neoapolidi e della "velocità"; in quanto l'aumento dei tempi liberi renderebbe utile l'assimilazione delle nuove scienze della sociodromologia.
Così la speranza di un migliore futuro sociale ed economico diventerà una realtà.
18/02/04 |