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Il Sindacato è in crisi. Dio salvi il Sindacato
di Cesare Greco
I recenti scioperi dei medici e del trasporto pubblico terrestre e aereo hanno messo in luce una perdita di rappresentatività delle grandi organizzazioni sindacali in settori, quelli dei servizi pubblici, strategici per lo sviluppo della nazione.
Se tra i medici, così come tra gli insegnanti, i grandi sindacati confederali hanno sempre ricoperto un ruolo minoritario, la vicenda dei ferrotranvieri, con le sostanziali differenze tra le diverse realtà locali, rappresenta un serio campanello d'allarme. Il rifiuto della rappresentanza nazionale, la ricerca del fai da tè, rischiano di rendere aleatoria qualsiasi seria programmazione dello sviluppo armonico del paese, favorendo una deriva senza approdo delle rivendicazioni corporative, foriera di gravi tensioni sociali.
L'indebolimento del sindacato rende molto difficile tracciare un disegno dello sviluppo complessivo che trovi l'accordo e l'impegno realizzativo di tutte le parti sociali.
Di tale situazione i sindacati hanno sicuramente molte responsabilità, derivanti da una burocratizzazione di fondo che non ha permesso di cogliere i mutamenti sostanziali della società moderna, che li ha lasciati ancorati ad una concezione operaista ormai superata.
La trasformazione dell'organizzazione del lavoro, imposta dall'uso sempre più intenso delle nuove tecnologie di produzione industriale, le new economy, la globalizzazione che, piaccia o no, è ormai un dato di fatto consolidato, la progressiva scomparsa del proletariato operaio e la comparsa del precariato come forma diffusa di nuova occupazione, hanno finito per sbiadire quei punti di riferimento classici su cui la politica sindacale si è basata in tutti gli anni passati.
In questo contesto appare pericolosa la tentazione di inseguire o cavalcare le spinte movimentiste, cosa che finirebbe per spingere il sindacato verso un ruolo antagonista, disastroso in primo luogo per il sindacato stesso. Questo rischio appare, comunque, ben chiaro ad una parte del sindacato, la CISL di Pezzotta, le cui posizioni dimostrano la consapevolezza che un ruolo politico del sindacato, che ne snaturi l'essenza, soprattutto nell'attuale bipolarismo, finirebbe per aggravare una situazione già poco brillante.
Appare, quindi, improcrastinabile un profondo e generale ripensamento, una sorta di rivoluzione culturale, che modifichi l'atteggiamento sindacale verso l'inamovibilità a qualsiasi costo, verso quei criteri di meritocrazia salariale di cui il sindacato è bene si faccia garante, verso l'adeguamento delle rivendicazioni alle oggettive diverse realtà economiche del paese.
Non è, inoltre, più possibile il mantenimento di un atteggiamento sospettoso nei confronti della componente intellettuale del lavoro. In primo luogo perché ciò ha portato ad una disaffezione dei ceti produttivi evoluti e alla formazione di rappresentanze corporative disinteressate ai problemi generali delle dinamiche salariali, in secondo luogo perché la componente specialistica e culturalmente evoluta dei lavoratori tende a divenire una componente preponderante del mercato.
I sindacati confederali non possono continuare a considerare i lavoratori ad alta qualificazione quasi come dei nemici di classe. Un paese civile si valuta anche dalla qualità dei servizi sociali forniti e la qualità è figlia delle capacità, dell'impegno, dell'aggiornamento e delle motivazioni dei singoli che vanno valutati e incentivati in relazione a quanto sono in grado di dare.
La perdita di terreno in questi campi rischia di accentuare le spinte corporative e movimentiste con conseguente paralisi di una programmazione credibile dello sviluppo e, soprattutto, di una crescita governata.
12/02/04 |
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