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Sanità, no alla devolution
di Cesare Greco

La riforma sanitaria delineata dal ministro Girolamo Sirchia si avvia alla discussione parlamentare non senza polemiche. Da una parte gli attuali manager delle ASL che dalla riforma vedono derivare una diminuzione del loro potere monocratico, dall'altra i sindacati medici a loro volta divisi tra quelli che, raggruppando i dirigenti di II livello (ex primari) ospedalieri, vedono con favore l'innalzamento dei limiti d'età per il pensionamento e quelli che, raggruppando i dirigenti di I livello (ex aiuti e assistenti) denunciano l'ingessamento e il ritardo che tale innalzamento provocherebbe alle auspicate progressioni di carriera.

Su due punti i medici appaiono tutti d'accordo: l'istituzione del coordinatore clinico e la fine dell'esclusività con il ripristino del tempo pieno e del tempo parziale.

E' indubbio che la riforma Bindi abbia, in questi anni di attuazione, mostrato tutti i limiti che erano stati denunciati all'atto della sua approvazione. L'esperienza dei manager monocratici, strettamente controllati dal potere politico, e in assenza di qualsiasi controllo e partecipazione decisionale del personale sanitario, non ha dato i frutti sperati, o per lo meno non li ha dati in termini di maggiore efficienza e qualità dell'assistenza. Probabilmente li ha dati in termini di clientela, stante le reiterate denunce di nomine "politiche", più che meritocratiche, nell'ambito della dirigenza medica. Del resto non è un caso che nella gestione delle ASL lo spoil system ha trovato una meticolosa e puntuale applicazione, in alcuni casi addirittura con aggravio di spesa per allontanamento ingiustificato dei manager e faraonici risarcimenti decisi dai TAR. D'altra parte, la spesa sanitaria rappresenta la componente di gran lunga più consistente della spesa regionale, con la conseguenza che, se l'assessore alla sanità è politicamente forte, finisce per essere il vero presidente della regione e, viceversa, se il presidente della regione è politicamente forte, nessuno conosce neanche il nome dell'assessore alla sanità.

Anche l'esperienza dell'esclusività di rapporto, con la connessa attività privata intramoenia, ha dato, nei termini in cui ha trovato applicazione, pessima prova di sé. L'inadeguatezza delle strutture ospedaliere a provvedere a tale scopo, per la verità immediatamente denunciata dalle organizzazione mediche, nella stragrande maggioranza delle ASL ha fatto sì che si sia dovuto fare ricorso ala ridicola scappatoia dell'intramoenia extramuraria (non male come artifizio dialettico), nella quale il medico conserva il proprio studio privato, pagando all'Azienda ospedaliera che lo autorizza una sorta di pizzo in cambio dei libretti di fatturazione.

In realtà l'idea dell'attività privata intramoenia, se correttamente e integralmente applicata, rappresenta una soluzione vantaggiosa per il personale medico. Il poter svolgere la propria attività privata utilizzando strumenti che ben si conoscono per l'uso quotidiano, personale con cui si ha consuetudine di collaborazione, e spazi interni all'azienda senza l'obbligo di spostamenti, per la maggior parte dei medici, che svolgono un'attività privata relativamente marginale, costituisce un indubbio vantaggio oltre a consentire una migliore qualità del lavoro e, perché no, della vita. Del resto, anche per i cittadini utenti non appare irrilevante il vantaggio di vedere rappresentate all'interno del proprio ospedale tutti i servizi, pubblici e privati, necessari. Ma tale opportunità è stata concessa da un numero troppo ristretto di aziende, dotate di adeguati spazi, per poter parlare di avvenuta attuazione di questa parte della riforma Bindi. In tal senso potrebbe, comunque, essere saggio lasciare tale opportunità dove possibile.

Ma al di là degli aggiustamenti introdotti dal progetto di riforma Sirchia, tutto l'impianto della politica sanitaria nel nostro paese rischia di essere stravolto dall'approvazione della devolution e del federalismo fiscale, con un conseguente aggravamento delle disparità esistenti, nell'erogazione dei servizi assistenziali, tra le diverse realtà regionali. Il rischio concreto è un drastico ridimensionamento dell'offerta assistenziale, soprattutto per l'alta specializzazione a forte contenuto tecnologico, da parte delle regioni fiscalmente più svantaggiate. La conseguenza di ciò sarebbe quella di rendere, gioco forza, alcune regioni "clienti" obbligate di altre per la costosa assistenza ad elevata specializzazione, obbligando i cittadini ai viaggi della speranza, e trasferendo risorse, per il pagamento delle prestazioni, dalle regioni meno ricche a quelle fiscalmente più avvantaggiate.

Appare, dunque, indispensabile la definizione di meccanismi di compensazione che consentano di ridurre le disuguaglianze territoriali, in maniera tale da rendere quanto meno simile il soddisfacimento del diritto di tutti alla salute.

Da parte delle regioni, però, occorre vi sia un assoluto rigore nel controllo della spesa e degli sprechi, a cui tali aiuti vengano subordinati, al fine di non rendere tali compensazioni un incentivo al lassismo amministrativo e alla deresponsabilizzazione.

Un discorso a parte meritano le strutture assistenziali universitarie.

Al momento, il personale delle facoltà mediche preposto all'assistenza vive una condizione di vera e propria schizofrenia amministrativa. Esempio unico nella pubblica amministrazione, professori e ricercatori dipendono, di fatto, da due distinte amministrazioni con due diverse missioni: il Ministero dell'Università e gli Atenei da una parte, gli assessorati regionali alla sanità dall'altra.

In questo senso, per la natura stessa delle loro funzioni, che prevede l'assoluta inscindibilità tra didattica, ricerca e assistenza (esattamente nell'ordine riportato), i Policlinici universitari necessitano, e con urgenza, di una loro diversa sistemazione legislativa al fine di evitare che l'inversione dell'ordine delle finalità, ponga all'ultimo posto la didattica e al penultimo la ricerca, finendo per svilirne lo scopo principale e ponendo le facoltà mediche, per lo meno nella componente clinica, in una condizione di assoluto svantaggio rispetto alle facoltà mediche degli altri paesi europei. Non è possibile, infatti, valutarne l'efficienza sulla base dei criteri adottati per le altre strutture ospedaliere territoriali, ma questa va valutata sulla base dell'efficacia di risposta alle esigenze di apprendimento degli studenti e di capacità innovativa sul piano della ricerca scientifica.

Appare, quindi, un po' misero l'accenno che ai Policlinici Universitari viene fatto nella proposta di legge e relativa esclusivamente al problema dell'età pensionabile dei professori. Se da una parte appare corretto mantenere l'integrità delle tre funzioni dei docenti medici, facendo corrispondere le due età di pensionamento, come professore e come dirigente medico, dall'altra nella proposta Sirchia non si tiene conto delle differenze di età pensionabile tra le tre figure di professore ordinario, professore associato e ricercatore. Troppo spesso disattenzioni come queste hanno finito per generare contenziosi amministrativi interminabili e conseguenti sprechi finanziari.

28/01/04


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