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A caccia della Generazione Piperno
di Roberto Paglialonga
Piperno o non Piperno? Il mondo intellettuale si spacca
attorno a Con le peggiori intenzioni di Alessandro Piperno. Quasi che
il romanzo dello scrittore romano (nasce nella Capitale nel 1972) rappresenti
una cesura, un punto di non ritorno, e che quindi non sia possibile
parlarne se non schierandosi. O di qua o di là. Secondo una logica
binaria, tipica di un modo di pensare ideologico che si credeva finito
definitivamente e che, invece, la potenza della scrittura ha risvegliato.
Purtroppo e per fortuna.
Purtroppo, perché spesso un libro - e quello di Piperno in particolare
- non è riconducibile soltanto alle categorie del bello o del
brutto, ma coglie una serie di posizioni mediane, di sfaccettature che
meglio possono far capire lo spessore e l'importanza di una storia.
Per fortuna, perché se non altro Con le peggiori intenzioni sembra
aver riacceso la voglia di parlare di cultura, ha scatenato pulsioni,
sentimenti e interpretazioni violente, che un romanzo "normale"
non riesce evidentemente ad accendere.
Lo scritto di Piperno, invece, è intenso e vivacissimo, ma paragonarlo
alla letteratura proustiana o di Philip Roth è forse eccessivo.
Allo stesso modo - a mio avviso - insensate sono le critiche che ne
hanno parlato come il trionfo della noia (Giovanni Pacchiano sul Sole
24Ore), e stucchevoli quelle che l'hanno bollato come romanzo di regime
(Aldo Nove su Liberazione). Addirittura. Piuttosto, è sicuramente
il caso letterario dell'anno, un romanzo riuscito, ironico e irriverente,
e proprio per questo permeato di un'amarezza incancellabile e spessa.
La storia è semplice, ma priva di linearità. Anche se
proprio grazie ai frequenti sbalzi spazio-temporali il racconto si mantiene
vivace e fresco dalla prima all'ultima pagina. Piperno è abilissimo,
con un linguaggio ricercato e sapiente, che alterna appassionate descrizioni
a dialoghi brucianti e secchi, nel raccontare l'epopea dei Sonnino,
ricca famiglia ebraico-romana, colta nel momento di massima ascesa e
di vertiginoso declino. Tutto attraverso gli occhi di Daniel, il giovane
rampollo, affetto da complessi d'inferiorità e inettitudine,
che lo costringeranno ad una vita d'invidia, rimorsi e presunte vendette.
A cominciare da quella nei confronti delle tradizioni e del proprio
mondo, quello giudaico, contro il quale si sentirà "costretto"
a scrivere un velenoso pamphlet, a quella molto più fisica contro
l'amata Gaia, la fighetta di turno ben più attenta all'apparire
che all'essere, e degna rappresentante del mondo anni '80: vestiti,
aperitivi, grandi feste e totale assenza di coscienza di sé.
Il romanzo è organizzato in due parti. Nella prima, le figure
del nonno Bepy, sfrenato ed impenitente amatore, e del padre Luca, uomo
d'affari e dandy naturale, vivono esclusivamente nel racconto in prima
persona del piccolo Daniel, perennemente vittima delle persone con le
quali si confronta. Nella seconda, è un Daniel ormai trentenne
a raccontare se stesso, la propria infanzia, l'uscita, dolorosa, dalla
pubertà e l'ingresso nell'età adulta. Una vita da inadeguato
ed emarginato, sessuomane voyeur. Un disorientamento, tipico del rampantismo
consumista anni Ottanta, che con le peggiori intenzioni lo porterà
inevitabilmente a gesti estremi, narrati con leggerezza e sarcasmo da
Piperno.
Attorno al quale una "Generazione" riconoscibile esiste già.
Eccome. Quella, insoddisfatta, dei trentenni di oggi, schiacciati dal
peso delle aspettative spesso impossibilitati di rendere attuali. Non
saranno tutti pipernisti, ma certo fortissima sarà l'identificazione
che ciascuno di essi potrà trovare, nel corso della lettura,
con almeno una delle caratteristiche caratteriali di Daniel. O forse
dello stesso Alessandro Piperno. Che, nel frattempo, continua ad insegnare
letteratura francese all'università romana di Tor Vergata e a
collaborare con la rivista "Nuovi Argomenti". In attesa del
nuovo romanzo. Ora ovviamente attesissimo.
26 aprile 2005 |
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