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Assistiamo a un fenomeno d'idolatria mediatica che mal si concilia col
mistero della morte
di Davide
Giacalone
Confesso che non avrei voluto scrivere, ancora, della
morte di Karol Wojtyla. Ma è praticamente impossibile. Quella che viviamo
è un'isteria mediatica che, in sé, meriterà d'essere meditata. Da tutte
le parti si reclama un pezzo del pontefice morto: dalla versione vernacolare
e ridicola dei partiti italiani che corrono ad attaccare manifesti d'impudico
cordoglio, alla versione, francamente raccapricciante, di quanti, in
Polonia, non potendo avere il corpo vorrebbero almeno il cuore (nel
senso fisico di muscolo cardiaco) del loro connazionale.
Cos'ha, tutto questo, a che vedere con la fede? Semmai abbiamo sotto
gli occhi un fenomeno d'idolatria mediatica, che esige il rivoluzionamento
del palinsesto, ma rispetta religiosamente lo spazio della pubblicità.
I giornali di sabato sono arrivati in ritardo, attendendo di stampare
la notizia di una morte non sopravvenuta, ma il loro condolente cordoglio
non ha impedito la distribuzione degli inserti patinati, contenitori
esclusivi di pubblicità, come al solito propinata a suon di cosce ed
altri quarti di femmina.
Non ho i numeri per impartire lezioni, e neanche consigli, di fede.
Ma ho seguito con la massima attenzione il dialogo interreligioso avviato
da Giovanni Paolo II, così come anche le numerose volte in cui chiese
scusa a nome del cattolicesimo: per le persecuzioni antisemite, per
la violenza oscurantista usata nel tentativo di far tacere la scienza.
Credo sempre con rispetto, con spirito critico, talora con ammirazione.
Di queste cose torneremo a scrivere e discutere, anche perché saremo
attenti a cogliere, nel suo successore, i sintomi della continuità o
della rottura. Quanti, invece, di quelli che si scapicollano a raccontare
i loro personali incontri con Wojtyla, torneranno ad occuparsene, non
dico fra dieci anni, ma anche solo fra tre mesi?
La morte, quando è un dolore vero, si accompagna al silenzio. Per credenti
e non credenti è comunque un passaggio misterioso (ricordo ai tanti
che oggi predicano certezze, se non addirittura prefigurano scenografie
d'incontri celesti, che Gesù dubitò, sulla croce). Ho sotto gli occhi,
invece, una gazzarra funeraria che di calpestare la teologia non s'accorge,
perché non la conosce, ma travolge anche il buon gusto. Insomma, quando
leggo, sulla prima pagina di un quotidiano, che il messaggio dei bambini
(bambini? oh, poveri pargoli) al defunto è: salutaci Padre Pio e Madre
Teresa, penso, da laico: abbiate un po' di rispetto.
4 aprile 2005
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