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AsPer rilanciare la ricerca in Italia c'è bisogno innanzi tutto
di motivare i giovani. E di una politica più lungimirante
di Antonio Gesualdi
Ancora un appunto sulla ricerca visto che tutti ne
parlano. Dobbiamo fare ricerca e, giustamente, l'ex presidente Amato
si chiede: "ma cosa dobbiamo ricercare?". Prima di tutto, risponderei,
dobbiamo cercare i ricercatori. In secondo luogo dobbiamo liberarci
di qualche luogo comune. I dati, ritenuti imparziali, del National
Science Foundation (NSF) e della Commissione
Europea (CE) ci confermano che siamo tra gli ultimi per investimenti
(spendiamo circa la metà rispetto alla media europea), per risorse umane
impiegate, e che l'età media dei nostri ricercatori è di circa 50 anni.
Le cose cambiano se facciamo analisi di produttività della ricerca italiana.
Siamo al terzo posto sia per produzione scientifica in genere che di
pubblicazioni individuali. Solo il CNR con circa il 5% di ricercatori
sul totale italiano e con circa il 5% di risorse sul totale investito
nel nostro paese contribuisce alla produttività complessiva con il 17%
di pubblicazioni. I brevetti ottenuti da ricercatori italiani nel 2000
sono (per milione di abitanti) 62 in Europa, contro i 135 della media
europea, e 32 negli USA, contro i 73 della media europea. Ma se facciamo
il calcolo per ogni 1000 ricercatori ci accorgiamo che gli italiani
hanno ottenuto 47 brevetti europei, contro una media di 59, ma meglio
degli inglesi e come i francesi. In USA gli italiani hanno ottenuto
per ogni 1000 ricercatori 24 brevetti, alla pari con inglesi e francesi
e poco sotto la media europea. In terzo luogo i numeri di chi fa ricerca:
in Italia abbiamo (dati 2001) circa 154.000 persone addette alla ricerca
e sviluppo. Di queste il 38,6% lavora nella Pubblica amministrazione
(CNR, ENEA, INFN, ISFOL, ISTAT ecc.), il 38,3% nelle università e il
42,4% nel privato. Di questi 66.702 sono ricercatori dei quali il 19,4%
nella Pubblica amministrazione, il 40,6% nelle università e il 39,8%
nel privato. Dunque, come si vede, l'università italiana non è il luogo
esclusivo o privilegiato della ricerca. Anzi l'evidenza ci dice che
è il settore privato quello che impiega, più di altri, ricercatori e
personale addetto alla ricerca. E sappiamo anche che queste persone
hanno in media circa 50 anni; ovvero possiamo ipotizzare che oltre il
40% uscirà dal lavoro nei prossimi 10 o 15 anni. Qualche conclusione:
combinando alcuni dati demografici e strutturali bisogna attendersi
una forte uscita di personale dal lavoro fino al 2012-2015 che non sarà
altro che la conseguenza della forte entrata al lavoro intellettuale
dagli anni settanta. Non solo ma se la ricerca, in Italia, la fanno
per metà i privati è chiaro che un sistema di piccole aziende come il
nostro non sarà in grado di mantenere l'equilibrio tra pensionamenti
e nuovo reclutamento. Dunque la ricerca italiana (che ha un'ottima produttività)
- se non abbiamo già perso il treno - è un affare di interesse nazionale
che va affrontato seriamente in ottica di medio periodo. E va affrontata
anche in modo settoriale: gli insegnanti di fisica e chimica, ad esempio,
sono vicini alla pensione e quelli di medicina sono rarissimi sotto
i 40 anni. Il problema è importante perché si stanno affacciando alla
scelta dei corsi universitari le generazioni nate negli anni ottanta.
Si tratta di generazioni completamente fuori dal baby-boom e quindi
si tratta di "risorse umane" importantissime che non possiamo sprecare.
La classe dirigente di questo Paese deve - ne ha l'obbligo e la responsabilità
- indicare a questi giovani percorsi di studio per un progetto-Paese
coerente. Si tratta di avere una politica di lungo periodo che sarà
vitale per il futuro. Ma ragionare a quindici o vent'anni a venire può
significare qualcosa per questa nostra politichetta del giorno per giorno?
4 aprile 2005
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