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Dopo quindici anni in stato vegetativo non si può più parlare
di eutanasia
di Davide
Giacalone
Ha ragione Umberto Veronesi: l'eutanasia non c'entra
niente con la penosa vicenda di Terri Schiavo. L'eutanasia è una scelta
lucida, responsabile, fatta sperabilmente dall'interessato, anche se
quest'ultimo non è detto sia in grado di praticarla da solo. Si tratta
di persone giunte alla fase terminale della vita, affette da malattie,
o comunque in condizioni non umane. Si presenta quando il dolore della
vita non la rende più tale. Si pratica quando è la terapia a protrarre,
inutilmente, la fase del dolore e della dipendenza. In questi casi,
appunto, s'interrompe l'accanimento terapeutico, si risparmia al paziente
un infruttuoso calvario e, così solo facendo, senza porre in atto altra
pratica che la fine della cura ed il controllo del dolore, si lascia
che la vita si spenga, aprendosi alla morte. Terri Schiavo, il cui caso
sta agitando gli Stati Uniti e, di riflesso, si affaccia nell'informazione
di gran parte del mondo, è questione del tutto diversa. Forse potrebbe
anche tacere, per un secondo, l'orgia mediatica, e lasciare il tempo
della riflessione.
Quella povera donna ha perso la capacità di ragionare, di intendere,
di interagire con la realtà, da quindici anni. Ma non è morta, si trova
in uno stato vegetativo. Al tempo stesso, però, non è una terapia a
tenerla in vita, bensì l'alimentazione e l'idratazione artificiali.
Non prova dolore, non avverte sensazioni di alcun tipo. "Staccare la
spina", in questo caso, come ha già deciso un giudice statunitense,
significa staccare l'alimentazione, lasciare che muoia per consunzione.
Non è una scelta facile, davvero non vorrei trovarmi nei panni del giudice,
ma, comunque, non ha nulla a che vedere con l'eutanasia.
Voglio solo ricordare che, per la legge italiana, la mancanza irreversibile
di coscienza, il coma profondo successivo ad un trauma (ad esempio un
incidente stradale) autorizza l'espianto degli organi. E credo sia giusto
così.
22 marzo 2005
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