|
|
 |
Un insieme di episodi allarmantitestimonia il ritorno dell'intolleranza
di Alessandro Marchetti e Giuliano Gennaio
Il mondo universitario italiano vive un temibile deja-vu.
Il clima di odio, la strumentalizzazione continua e il massimalismo,
che ha dominato gli anni Settanta, sembrano essere davvero tornati di
moda.
Gli ultimi episodi all'Università Roma Tre confermano il trend. Secondo
la stampa, infatti, i vertici dell'università romana avrebbero avallato
la richiesta, presentata dalla Sinistra Indipendente, di bloccare la
vendita di Coca-Cola in tutti gli ambienti universitari, in segno di
protesta contro la multinazionale americana. A dire il vero la realtà
è meno compromettente: il Senato accademico del giovane ateneo romano
avrebbe semplicemente "preso atto", la scorsa settimana, della mozione,
senza esprimere alcun voto.
La vicenda si è poi protratta negli ultimi giorni con il via libera
del Senato accademico ad una mozione che accoglie la richiesta di alcuni
studenti ad ammettere prodotti del commercio equo e solidale nell'Università.
Quindi la Coca-Cola resta, ma accanto agli snack e ai prodotti di produzione
alternativa.
Tuttavia la vicenda è un segno tangibile della politicizzazione in senso
estremista di una larga parte degli studenti; l'iniziativa lancia, insomma,
un segnale preciso: dare forza ad una battaglia, propria dei movimenti
no-global e della sinistra radicale, coinvolgendo in modo particolare
le liste studentesche e il mondo dell'associazionismo.
Tornando alla cronaca, la proposta dovrà ancora passare al vaglio formale
del Consiglio d'amministrazione. Nel frattempo le liste universitarie
contrarie all'iniziativa (la maggioranza), si mobilitano per manifestare
il dissenso contro una proposta che, per come è stata presentata, minaccia
in modo elementare le libertà di tutti gli studenti.
Tuttavia chiunque abbia dei dubbi sull'attendibilità di una diagnosi
che indica nel massimalismo il protagonista della vita universitaria,
troverà nella cronaca degli ultimi mesi non poche smentite. Scontri
accesi tra la polizia e alcuni manifestanti dei centri sociali hanno
accolto il ministro delle Politiche agricole Gianni Alemanno nel dicembre
2004: il ministro di An aveva raggiunto la facoltà di Scienze politiche
di Roma Tre per parlare agli studenti di Ogm e si è trovato di fronte
il clima tipico della sua giovinezza.
Proprio il suo passato è stato il bersaglio preferito della protesta;
troppo scomodo è sembrato agli studenti della sinistra radicale il curriculum
del ministro, ospite del movimento giovanile Azione universitaria: il
tutto ci porta a pensare che l'indottrinamento di certi movimenti studenteschi
sia il vero responsabile del ritorno alla violenza, spesso accompagnato
dall'arma della retorica; quel clima e quel retaggio culturale il più
delle volte tramandato dalle stesse vecchie generazioni, dirette protagoniste
degli anni di piombo. Stesso discorso si può fare per l'incontro tra
gli studenti dell'università di Firenze e l'ambasciatore israeliano
Ehud Gol, a cui non è stato permesso interloquire con altri relatori
sulla questione israelo-palestinese per motivazioni vetero-ideologiche.
Cosi come a Fini non è stato possibile entrare nell'Aula Magna dell'università
La Sapienza e Carlo Jean, attuale presidente della Sogin e generale
della repubblica italiana, ha dovuto fare da relatore in una sala al
buio in quanto alcuni studenti hanno staccato la luce dal gruppo elettrogeno.
Insomma, il malessere è tangibile. L'università italiana vive un momento
di crisi acuta: un disfacimento che la rende non solo incapace di preparare
i giovani al futuro, ma che non aiuta le nuove generazioni a liberarsi
dei fantasmi ereditati dai loro predecessori; un eccesso di strumentalizzazione
politica che ha permesso il verificarsi di episodi come quelli citati.
16 marzo 2005 |
|