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L'italiano nell'Unione europea va difeso per motivi politici
di Flavio Pasotti
L'uso dell'italiano come lingua di paese fondatore è in stretta attinenza con la presenza di italiani all'interno delle istituzioni comunitarie. Ne abbiamo, ma sono in grandissima parte nella fasce più basse degli organigrammi, e non per loro incapacità ma per oggettivi limiti: negli anni Settanta e Ottanta noi abbiamo inteso la burocrazia comunitaria come uno strumento elettorale, al pari di quella italiana, o al più come braccio improprio del welfare. Così abbiamo scelto il numero rispetto alla qualità e abbiamo un esorbitante numero di pagatissimi fattorini. Ergo, se ti serve un documento te lo trovano subito ma se devi emendarlo o costruirci sopra qualcosa ti conviene andare alla rappresentanza tedesca dove ogni martedì mattina alle sei radunano i connazionali di ogni ordine e grado e davanti ad un piatto di bratwurst si raggiungono i compromessi.
La cosa si è poi aggravata per il normale turnover pensionistico, e a causa dell'arrivo di agguerritissimi "newcomers", tutti giovani, ambiziosi ed "English speaking". La presidenza Prodi, inoltre, non si è contraddistinta, perché i tentativi di inserire un po' di personale pare siano stati contraddistinti dal nepotismo anziché dal premio alla qualità, e i rimbalzi non sono stati positivi.
Morale: l'attacco all'italiano è in corso da anni e diventa di attualità perché tocca i giornalisti - more solito - mentre non faceva notizia quando io e qualche altro collega ci presentavamo alle riunioni in cui improvvisamente saltava la traduzione italiana con cuffie e bavagli e ostentatamente chiedevamo la parola per... non parlare.
Naturalmente sono favorevolissimo all'adozione di una unica lingua nei lavori della Ue, ma fino a quando la regola non viene introdotta si devono rispettare i patti iniziali che prevedevano sempre e comunque l'utilizzo delle quattro lingue dei sei paesi fondatori, anche perché la questione della lingua nella burocrazia comunitaria è qualcosa di più di una convenzione, è sostanza politica. Se dobbiamo rinunciare, cosa ragionevole, deve essere a seguito di una decisione che ci avvii verso una lingua unica per scelta e non per strisciante volontà francese. Sono i "cugini" che poco reggono la traduzione anche in italiano. E sono spalleggiati dalla esosa burocrazia europea che gradirebbe risparmiare i notevolissimi costi di traduzione.
Insomma, nella Ue l'italiano va difeso per motivi squisitamente politici. In Italia, invece, sarebbe bene insegnare l'inglese, che serve per protestare meglio quando non ti fanno parlare in italiano. Dopodiché le polemiche sull'italiano sono in sé provinciali; le cose vanno molto meglio di quanto percepiamo. Non c'è nessun rischio di estinzione perché la nostra lingua è lo strumento di una cultura solida che può accettare il bilinguismo per scelta e non per obbligo come è accaduto agli olandesi; certo, non è la lingua dei vincitori ma ha un futuro e non solo da amatori.
22 febbraio 2005 |
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