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Attenti alle radici dell'antisemitismo, ma anche
alle altre male piante che infestano l'umanità
di Davide Giacalone
27 gennaio 1945. I soldati dell'armata rossa entrano ad Auschwitz.
Fra una settimana si celebrerà la giornata della memoria, per ricordare quel che solo sessanta anni fa, appena sessanta anni fa, il mondo vide dietro il filo spinato dei lager. Mi fa paura la retorica, la ripetitività, la banalizzazione dell'orrore, quel processo d'assuefazione che finisce con il restituire quegli spettri violati al ruolo che per loro immaginarono gli aguzzini: non uomini.
E' giusto celebrare la memoria, anche se, forse, il silenzio, l'assenza di parole possibili, dovrebbe essere il maggior frastuono. Nel farlo, però, occorrerebbe non limitarsi alla ricorrenza, guardare dentro la natura profonda di quegli eventi, indagare gli anfratti della nostra umanità ove si nasconde la capacità di concepire l'apparentemente inconcepibile.
La memoria va all'Olocausto, alla persecuzione degli ebrei. Dobbiamo chiederci quante radici dell'antisemitismo ancora infestano il terreno, quanti germogli ne traggono linfa. Perché quella pianta non è diabolica, è umana, e non è scomparsa, è presente. Ma dobbiamo andare oltre, in qualche modo sospendere la natura antiebraica di quella lunga notte e constatare che il buio ha allungato il suo tanfo anche nei confronti di chi ebreo non è. Sessanta anni fa fu l'armata rossa ad aprire quei cancelli, ma ne aveva, la stessa armata, lo stesso popolo, lo stesso regime, già chiusi molti altri, gemelli, perseguitando, nel proprio dominio, ebrei e non ebrei.
No, non sento alcun bisogno di una ridicola par condicio dello sterminio, ma serve a comprendere che la molla dell'orribile scatta non solo in un posto, non solo in un'epoca, non solo in un regime. E la matrice profonda è uguale: l'indisponibilità di riconoscere nell'altro un appartenente all'umanità.
Primo Levi ci ha lasciato i versi duri, ossessivi, pesanti, inarchiviabili di "Se questo è un uomo". Ricordiamo sempre quei nostri uguali che furono non uomini, ma non dimentichiamo nemmeno gli altri nostri uguali, gli uomini, quelli che di ciò furono artefici.
20 gennaio 2005

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