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I tormenti di Ingrao visti da vicino
di Antonio Galdo

In molti mi hanno chiesto: perchè hai scritto un libro su Pietro Ingrao? La risposta a questa domanda arriva, indirettamente, dalle considerazioni di Davide Giacalone e dai successivi interventi che ho letto in rete. Mi ha affascinato la sua dimensione umana, così intrecciata a una vicenda politica che incrocia i grandi snodi del Novecento, "secolo terribile", e si allunga fino ai conflitti del terzo millennio. Alla soglia dei novant'anni Ingrao, con lucidità e con buona memoria, ricostruisce la sua biografia, ma innanzitutto i suoi errori, e si interroga sulle cause più profonde della sconfitta del comunismo. Una tragedia, vorrei ricordarlo a chiunque cede alla tentazione di semplificare, che ha travolto le esistenze di milioni di uomoni e donne. Pensate: Ingrao è un giovane intellettuale di provincia, trapiantato a Roma, che sogna il cinema (ha scritto la scenografia di "Ossessione" di Luchino Visconti), compone poesie, gioca a tennis con il talento di un potenziale campione. A un tratto, imbuca la sua vita nella politica. E più precisamente, secondo la sua testimonianza "è preso a calci dalla politica". Non ha letto Marx, ha una vaga idea di Lenin, a stento sa che dietro il nome di battaglia Ercoli si nasconde Palmiro Togliatti. Eppure rapidamente la politica diventa il suo tutto esistenziale, sotto la spinta di una paura (fisica prima che morale), l'incubo del fascismo e del nazismo che in quegli anni sembravano conquistare il mondo. E con la passione di un ormai ex poeta, ex regista, ex giocatore di tennis, che sente la necessità di difendere le ragioni degli umili, dei deboli, degli oppressi. Sotto la bandiera del comunismo. Una bandiera che, dice la Storia, sarà bagnata dal sangue, dalla violenza, dall'arroganza, di un regime dispotico come quello dell'Unione sovietica.

A questo punto non vorrei rubare il mestiere agli storici, tuttora divisi sull'equazione nazismo e comunismo-mali assoluti, nè tantomeno mi spingo a decifrare il messaggio del Papa che distingue i due regimi e definisce il comunismo "un male necessario". Però vi invito a riflettere dando uno sguardo ai giudizi che Ingrao, sconfitto e non certo vincitore, semina attorno al suo credo di una vita. Senza opportunismi e furbizie alle quali, purtroppo, siamo abituati dagli atteggiamenti di un ceto politico malato di cinismo e povero di radici. Ingrao compagno disarmato riconosce nel regime comunista "la pratica di una violenza aberrante, dal basso, nel nome dei deboli e degli sfruttati" a differenza del nazismo che ha praticato "una violenza dall'alto, pura e cieca" (pagina 27 del libro). Afferma che "già Lenin ( e quindi non solo Stalin, aggiungo) affermava la costruzione violenta dello Stato e del potere politico, e non si trattava soltanto di una risposta rivoluzionaria al sangue del capitalismo. Era un'idea sbagliata, sbagliatissima, di sopraffazione e di schiacciamento, che avrebbe colpito, prima o poi, anche una parte del movimento operaio, come purtroppo è avvenuto" (pagine 21 e 22). Lancia un appello, anzi lo grida, alle nuove generazioni che ancora coltivano il fascino di una passione politica a non cadere nella trappola "dell'idea marxiana della violenza come levatrice della storia", e quindi a ripudiarla (pagina 157).

Tutto ciò vi sembra poco? Lo considerate un inutile esercizio della memoria? Sentite puzza di un'autocritica a scoppio ritardato? Non sarò certo io, che ho semplicemente raccolto questo racconto del dolore di un uomo e di intere generazioni, a convincervi dell'importanza di questi giudizi. Vinti e vincitori, in politica come nella vita, sono decisi dalla Storia, purchè sia scritta con rigore e con autonomia di giudizio: e quello dello storico non è il mio mestiere. Anche perchè una materia così complessa, come la parabola comunista nel corso di un secolo, non si può maneggiare con la disinvoltura, e anche l'approssimazione, che talvolta ci impone la cronaca. Perchè la vicenda comunista, o post-comunista, è attualissima, scorre nelle vene e nelle contraddizioni della sinistra italiana, delle sue tante anime, tutte alla ricerca di una nuova identità senza avere bene approfondito la precedente. Faccio un esempio. E' probabile che, nello scontro con Giorgio Amendola (dal quale sono nati i due filoni di una sinistra, perdonatemi la semplificazione, riformista e una sinistra antagonista), Ingrao debba fare i conti con diverse sue prese di posizione sbagliate, irrealistiche. Però quello scontro, che inizia già prima della morte di Palmiro Togliatti (1964) ed esplode con il famoso XI congresso (1966), vede Ingrao sconfitto e emarginato dal vertice del partito in virtù di una sua presa di posizione che invece mi sembra sacrosanta. Ingrao chiede dalla tribuna del congresso il "diritto al dissenso": primo caso al mondo di un dirigente comunista che pone questo problema, Non è un concetto astratto, utopico, da "acchiappanuvole". E' la clamorosa rottura con la regola autoritaria, antidemocratica, che sovrasta tutta la vita del partito comunista. Una regola alla quale i comunisti, invece, non rinunceranno mai. Vi chiedo: se, per ipotesi, la presa di posizione di Ingrao non fosse stata accolta, come è avvenuto, con il gelo del gruppo dirigente e con la classica punizione-emarginazione del "compagno che sbaglia", la storia della sinistra, e in generale della fragile democrazia italiana, non sarebbe forse cambiata? Forse, per intenderci, con la rottura invocata da Ingrao non staremmo qui a discutere sull'anomalia di una sinistra italiana ancora così immatura. A differenza di Giacalone, non mi riconosco "ingraiano", e non "tutto, davvero tutto" mi separa da lui: e ringrazio Davide per il modo penetrante e appassionato con il quale ha commentato il mio libro. E innanzitutto per il suo appello a "leggere e meditare".

18/10/04


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