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Dai ripensamenti di Ingrao alle certezze di Fini (Massimo)
di Andrea Furcht

Su Ingrao, condivido in pieno i giudizi di Giacalone, anche quella vena finale di ammirazione: temperata però dalla constatazione che i più puri e appassionati sono spesso stati nella storia i più nocivi per l'umanità (un pochino forse anche il nostro Pietro). Rimane poi sempre il dubbio: che ne sarebbe della conversione di molti alla non-violenza, qualora la frittata si girasse e il pacifismo non fosse più politicamente (ma soprattutto: ideologicamente) appetibile? se il nemico eventualmente da combattere fosse meno simpatico (a certuni) dell‚estremismo arabo? Nel Chiapas non tiravano tortillas, e così neppure i sandinisti o Che Guevara: non mi pare vengano continuamente esecrati nei cortei pacifisti.

Proprio ieri sera ho assistito ad una piccola conferenza di una sorta di anti-Ingrao (nel senso di essere a lui speculare): Massimo Fini. Anche qui, una certa coerenza del personaggio. In quanto al merito, distanza ancor più siderale: una sorta di rappresentante esemplare della reazione quasi metafisica al mondo moderno. Una serie di temi dal medioevo a Pasolini, passando per Rousseau, De Maistre e Sartre: il rimpianto per una mitizzata età dell‚oro (paragonata all‚‰alienazione‰ dei nostri giorni, considerata peggio di tutti i mali enormi del passato), l‚avversione per il denaro (sterco del diavolo), la paura della scienza e dell‚innovazione anche sociale, una visione paleolitica del rapporto tra i sessi (come di molte altre cose), una sacralizzazione esasperata ˆ cui siamo purtroppo abituati ˆ del valore delle "culture‰, una corrispondente insofferenza per la volgarità dei nostri tempi (condita però da una totale acriticità valutativa sia sul presente sia sul passato),una visione della storia e della società ispirata alle teorie complottarde di un'umanità raggirata da oligarchie di potenti; queste ultime in particolare, sovrastano il vero referente etico che è l‚individuo (chiamiamolo la "persona umana‰, piace di più perché profuma di sacrestia) e soprattutto fanno da aggancio per la difesa esasperata della tradizione.

Le posizioni di Fini sono probabilmente il riflesso di una precisa struttura psicologica (ma questo vale per tutti), in questo caso di disagio. Si guardi in particolare l'avversione del cambiamento: sotto questa si cela il bisogno di restare sotto una cappa di tranquillizzante staticità. Perché le regole della tradizione ti esentano dal dover decidere, anche se spesso a caro prezzo: in altre parole, è il terrore della libertà. Degli altri, il cui comportamento resti prevedibile. Ma anche propria: perché essere liberi è anche una responsabilità.

15/10/04


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